Sanremo, la casa di carta e la vocazione del cameriere

- di: Barbara Bizzarri
 
La prima serata di Sanremo è andata, ma trenta canzoni nuove da sorbirsi è Alcatraz in formato video: eppure, al popolo italico piacciono le costrizioni, come ha già ampiamente dimostrato e dunque resta sveglio, con numeri da record, fino alle tre di notte per sentire canzoni che non sono canzoni ma una colossale rottura di maroni (e fa anche rima). La musica italiana è naufragata e io ho quasi nostalgia del Quartetto Cetra, che voci così non ne nascono più. È tutto un biascicare a vocali aperte, e fatela un po’ di dizione, ma chi se ne frega della naturalezza, sono naturali pure le blatte, per dire. “E vomito anche l’anima”, canta uno, a chi lo dici tesoro bello, per motivi che nemmeno ti immagini, anche se dovresti. Ho nostalgia di Pippo Baudo, dell’eleganza almeno sul palco, pure se fuori era un casino (letteralmente) e io ho sempre avuto pelle delicata e stomaco anche, ma pressa il ricordo dei Festival in cui c’era ancora qualcosa da dire. Boomer? E chi se ne frega. Perfino a voler guzzantianamente sopravvolare sul Bella Ciao intonato dai conduttori di questo baraccone noto come Festival quale sfida a Lucci, che ancora sghignazza da qualche parte, l’unico commento potrebbe essere un onomatopeico yawn che non è un barbarico yawp, ma proprio uno sbadiglio gigante. 

Ha ragione Gino Paoli, prima l’orrore non ci arrivava su questo palco, adesso se le canzoni non fanno schifo non ce le vogliono, ma del resto che c’entra la musica con il Festival? Fa tutto parte di quel livellamento verso il basso per avere finalmente a disposizione una massa di iloti acritici, di quel compiacimento per la miseria professionale e artistica che non solo fa rivalutare trottolino amoroso dududu dadada su cui sghignazzavo a vent’anni ma perfino il bicchiere di vino con un panino, che poi è pure vero che potrebbe essere felicità. E felicità sarebbe poi se Mengoni mollasse la gonna, eri così carino l’anno scorso, Marco, torna da Donatella, lei sì che sapeva vestire anche la tua anima, così sembri un Harry Styles qualunque e pure in ritardo coi tempi. Sulle trenta canzoni meglio glissare perché non può essere che queste siano le migliori fra seimila pervenute, forse le migliori fra segnalati, appartenenti alla tribù degli amici, degli happy few, delle solite facce, sempre le stesse mutate alla bisogna, chiamiamoli come vi pare, ma a volte tacere è bello e riposante e allora meglio tacere anche di certe scenette in cui il coconduttore si incatena al conduttore in senso lato e forse pure metaforico, un nuovo santo laico a cui raccomandarsi, Ama has the power. 

Sanremo mi rende quasi fiera dei miei pregiudizi, non mi sono mai interessata, se non per lavoro, della musica italiana e ho fatto bene. L’altro giorno ascoltavo Tango in the Night, per consolarmi di questo scempio credo che lo farò di nuovo. E ora uno sfizio me lo voglio proprio togliere, a usare una parola desueta così tanto Ottanta o Novanta o secolo scorso, o forse chissà, sarà recuperata in un futuro meno distopico di questo: ma che stress, questa kermesse. 
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