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Statali, Irpef giù e cedolini più alti: chi guadagna da gennaio

- di: Vittorio Massi
 
Statali, Irpef giù e cedolini più alti: chi guadagna da gennaio
Taglio dell’aliquota tra 28 e 50 mila euro e rinnovo del comparto scuola: tra aumenti, arretrati e conguagli, ecco cosa cambia davvero in busta paga.

Gennaio 2026 parte con una novità che, per molti dipendenti pubblici, si vede subito sul netto: l’effetto combinato di una modifica all’IRPEF e degli adeguamenti legati ai contratti collettivi. Tradotto: a parità di lavoro, per una fetta consistente di statali la busta paga di inizio anno risulta più “piena”. Ma non per tutti allo stesso modo.

Il primo tassello è fiscale. La manovra 2026 riduce l’aliquota dal 35% al 33% per i redditi compresi tra 28.000 e 50.000 euro. È lo scaglione dove ricadono molti profili della pubblica amministrazione: non solo dirigenti o funzionari, ma anche insegnanti con anzianità, tecnici, personale amministrativo e tante figure “di mezzo” che negli ultimi anni hanno visto l’inflazione erodere potere d’acquisto.

L’impatto concreto dipende dalla posizione dentro lo scaglione: più ci si avvicina alla soglia alta, più aumenta il beneficio potenziale annuo. In ogni caso, la logica è semplice: meno imposta sul tratto di reddito interessato, più netto in busta paga. E l’applicazione è automatica: niente domande, niente moduli, niente pratiche.

Il secondo tassello riguarda il comparto Istruzione e Ricerca, dove la mensilità di gennaio recepisce gli adeguamenti tabellari previsti dal Contratto collettivo nazionale del triennio 2022-2024. Qui entrano in gioco più variabili: profilo (docente, ATA, ricercatore, AFAM), anzianità, fascia stipendiale e voci accessorie.

Per molti, oltre all’aumento “strutturale” mensile compaiono anche gli arretrati, cioè le somme riconducibili ai mesi precedenti coperti dal rinnovo. È la parte che crea più aspettative e, allo stesso tempo, più delusioni: in diversi casi gli arretrati risultano più bassi di quanto immaginato perché una quota era stata già anticipata o assorbita da voci provvisorie.

Sul punto, le organizzazioni sindacali hanno ribadito che gli arretrati non vanno letti come “extra” inattesi, ma come un saldo di sistema dopo acconti e meccanismi di conguaglio. «Non sono regali: in molti casi è la parte residua dopo anticipi già erogati», è la sintesi ricorrente nelle valutazioni sindacali di queste settimane.

Chi ci guadagna di più? In generale, due platee: chi sta nel cuore dello scaglione 28-50 mila (per il taglio IRPEF) e chi, nel comparto scuola, ha un profilo e un’anzianità tali da far pesare di più l’adeguamento tabellare e i conguagli. Viceversa, chi è sotto i 28.000 euro non beneficia direttamente della riduzione di aliquota su quel segmento, anche se può vedere variazioni legate ad altri elementi del cedolino o alla contrattazione.

Nel frattempo, il dibattito resta acceso: da una parte l’esecutivo rivendica l’intervento come misura strutturale sul cuneo fiscale e sul potere d’acquisto; dall’altra i sindacati insistono su un nodo politico: senza un recupero pieno dell’inflazione, gli aumenti rischiano di essere “mangiati” dal costo della vita, soprattutto nelle aree urbane dove affitti e servizi corrono più degli stipendi.

Il risultato, in sintesi, è una fotografia a più velocità. Gennaio 2026 segna un passo avanti per molti statali, ma la “vera” differenza la fanno i dettagli: scaglione di reddito, comparto, fascia, anzianità e voci accessorie. In altre parole, stesso mese, stesso datore di lavoro, effetti molto diversi sul portafoglio. 

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