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Economia: con i consumi crollati anche gli investimenti pubblicitari

 
Se si guarda ai numeri della pandemia e alle ripercussioni che essa ha avuto ed ha sulla nostra economia, emergono delle evidenze che non hanno bisogno di grandi approfondimenti o chissà quali indagini demoscopiche.
Basta fare un giro nelle città per vedere come molti negozi abbiano ancora le saracinesche abbassate e quei commercianti che hanno avuto il coraggio (ed anche la forza economica) di riaprire combattono quotidianamente contro una contrazione dei consumi che è, contemporaneamente, evidente, perniciosa quanto comprensibile.

Le famiglie, paradossalmente in un periodo in cui di soldi ne circolano pochi, cercano di risparmiare, temendo che, anziché risolversi, la crisi da Covid-19 possa aggravarsi. Anche se è ben difficile pensare che si possa andare peggio di così.

Mettersi comodi, in attesa di tempi migliori o che il Governo riesca ad onorare i tanti impegni che ha sin qui preso e che stenta ad attuare, potrebbe essere la soluzione meno pericolosa. Nel senso che se non si spende si risparmia, ma se non si spende il fruttivendolo, il commerciante di abbigliamento, il rivenditore di automobili vedranno ridotte al lumicino le speranze di uscire dalla crisi. Un anello perfetto, in cui tutti sono dentro, ma nessuno riesce a venirne fuori. Perché anche quelli a reddito fisso (impiegati, pensionati, e così via) ci pensano due volte prima di comprare, con il timore che l'acquisto, alla lunga, possa dimostrarsi disastroso per le casse domestiche.

Ma in pochi in questo momento (cioè gli addetti ai lavori e coloro che questi 'lavori' commissionano) considerano che la crisi sta mettendo in ginocchio l'industria della pubblicità che, banale spiegarlo, si alimenta proporzionalmente all'andamento positivo delle aziende.

Ma con un Paese che ha rinunciato a comprare, mandando a picco i consumi interni, le aziende che operano nel settore della pubblicità si sono trovate davanti ad un problema irrisolvibile: come andare avanti se i clienti, anche i più fidelizzati, ci pensano più d'una volta ad impegnarsi in campagne che hanno sempre un costo. Magari non quello ante-crisi, ma sempre costo rimane.
I numeri sono impressionanti, anzi devastanti.
Oggi, in una intervista al Corriere della Sera, il presidente dell'Upa (Utenti pubblicità associati), Lorenzo Sassoli de Bianchi, dominus di Valsoia, rivela che nei primi quattro mesi dell'anno la pubblicità ha avuto un calo del 22,5 per cento, toccando in aprile - il mese in cui la pandemia si è mostrata in tutta la sua gravità - il 40 per cento.

De Bianchi parla con cognizione di causa, rappresentando l'Upa il 90 per cento degli investimenti pubblicitari, quindi con il polso di una situazione che resta grave, nonostante si intraveda un po' di luce alla fine di questo lunghissimo tunnel della crisi. A spendere meno, ma pur sempre a spendere, le industrie alimentari, farmaceutiche e quelle di telecomunicazioni. A chiudere i rubinetti le aziende produttrici di beni ritenuti non fondamentali (auto, turismo, lusso).

E la pubblicità, come sottolinea de Bianchi, è un indice chiarissimo della evoluzione delle crisi, seguendone l'andamento e partendo o arrestandosi al primo manifestarsi di un segnale in un senso o nell'altro.
Quello che i pubblicitari (e le aziende che rappresentano nel continuo dialogo con il consumatore) chiedono è che si proceda speditamente con l'adozione di provvedimenti effettivi e si vada avanti con atti concreti perché il mercato non segue gli annunci, ma le misure concrete, quelle che aiutano il consumo. Anche quelle di minore impatto (come la microriduzione dell'Iva), ma che possono contribuire a rimettere in moto la macchina degli acquisto.

Oggi forse la politica di casa nostra potrebbe arrivare ad una svolta, con l'appello alla concordia nazionale lanciato da Giuseppe Conte alle opposizioni affinché contribuiscano all'elaborazione di una strategia condivisa di rilancio del Paese. Un appello ''ragionevole'' che è insieme apprezzabile (politicamente), ma anche da decifrare perché potrebbe apparire come un messaggio a quegli alleati che non sembrano più gradire il suo modo di fare il primo ministro.
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