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Unesco attacca: no al parco acquatico accanto ai templi di Angkor

- di: Emanuela M. Muratov
 
Leggi "Angkor" e pensi subito a decine e decine di templi (duecento, uno più, uno meno) in arenaria, circondanti da una giungla sino a ieri fittissima che si estende per centinaia di chilometri quadrati. Dici "Angkor" e pensi alla storia (è stata capitale dell'impero Khmer, dal nono al quindicesimo secolo); pensi al fascino; pensi all'arte (dal 1992 è patrimonio dell'Umanità secondo l'Unesco).

Ma se dici oggi "Angkor" devi pensare che tutto questo ora sia in pericolo, per il progetto di un parco turistico acquatico che si dovrebbe estendere per settantacinque ettari e che, per i suoi detrattori, dovrebbe essere quanto di più simile ad una Disneyland asiatica. Dietro il progetto c'è, manco a dirlo, una società cinese, la NagaCorp LTD, che ha fatto le sue fortune con i casinò e che ha intenzione di realizzare, a poca distanza dall'area archeologica, dodici attrazioni acquatiche.

Tra le quali: un fiume lungo due chilometri e mezzo e solcato da barche e dalle immancabili gondole, proposte in salsa kitsch a qualsiasi latitudine ormai; un grande canale lungo cinquecento metri; una piscina con onde artificiali che bagneranno una spiaggia nuova di zecca di cinquemila metri quadrati. Il tutto con il corollario di scivoli, cascate, un triplo scivolo d'acqua, una cascata, un mercato galleggiante cinese e un parco marino. E per non farsi mancare nulla, ci saranno anche riproduzioni dei templi di Angkor, ristoranti, negozi ed un hotel con 900 stanze.
Le perplessità sorte alla ufficializzazione del progetto sono state allontanate dalla NagaCorp che nel maggio dello scorso anno ha reso noto che il Primo Ministro cambogiano, Hun Sen, aveva approvato il progetto che concede alla società anche una concessione di cinquant'anni (rinnovabile) relativa ai terreni sui quali sorgerà il parco.

L'affitto dell'area rimarrebbe gratuito per sette-dieci anni, per poi essere fatturato a 29 dollari al metro quadrato, portando un totale di quasi un miliardo allo Stato cambogiano: il progetto, nella sua fase iniziale, costerà circa 350 milioni di dollari ma gli investimenti non cancellano le perplessità di chi guarda con ostilità al progetto, che sarà realizzato a poche centinaia di metri dai templi di Angkor.

Di queste perplessità si è fatto portavoce il Comitato Internazionale Unesco per la Conservazione e lo Sviluppo Sostenibile del Sito Storico di Angkor che, a fine gennaio, ha discusso della questione ritenendo il parco incompatibile con l'area che è anche il più grande sito costruito classificato come Patrimonio dell'Umanità.
" La dimensione sproporzionata del progetto" - si legge in una raccomandazione resa nota a conclusione dei lavori - "non sembra compatibile con lo spirito di conservazione e gestione di un sito iconico come Angkor. Ciò comprometterebbe gravemente l'immagine del 'valore universale eccezionale' riconosciuto dal Comitato del patrimonio mondiale nel dicembre 1992".
I principali timori per i templi di Angkor vengono da un probabile massiccio afflusso di turisti dal parco aquatico. Il sito vanta già una grande affluenza, a parte i problemi legati alla pandemia, che potrebbe addirittura raddoppiare per la vicinanza del "Lake of Wonder".

Ma c'è un secondo pericolo che incombe sul complesso monumentale di Angkor: i suoi imperatori svilupparono un'intera rete di tubi che attraversavano le sue strade e gli edifici. La missione Unesco mirava anche a riabilitarla, dopo i danni conseguenza di secoli senza manutenzione. Un obiettivo che è stato raggiunto, con l'acqua tornata ad essere un elemento centrale del luogo. Il parco acquatico potrebbe minacciare questo ritrovato equilibrio: la presenza di visitatori stranieri implica un consumo di acqua, pro capite, più di quaranta volte superiore alla media. E' stato infatti stimato che un cambogiano consuma sette litri al giorno, un turista arriva a trecento litri.
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