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Trump strappa il copione: senza Nobel non faccio il pacifista

- di: Cristina Volpe Rinonapoli
 
Trump strappa il copione: senza Nobel non faccio il pacifista

Invito a Putin nel board su Gaza: la mossa che spacca l’Occidente e ridisegna gli equilibri.

Non è una sparata, è una linea politica. Donald Trump mette nero su bianco in una lettera al premier norvegese Jonas Gahr Støre quello che a Washington in molti sussurrano da settimane: la stagione delle buone maniere è finita. “Non mi sento più in dovere di pensare esclusivamente alla Pace”, scrive, perché — sostiene — non gli avete dato il Nobel “per aver fermato 8 guerre”. La pace resta “predominante”, certo. Ma da qui in avanti, il presidente americano rivendica il diritto di occuparsi di ciò che è “buono e giusto per gli Stati Uniti”. Tradotto: prima l’interesse nazionale, poi il resto.

La lettera ha il tono di un avvertimento più che di un capriccio. E dentro c’è un nome che pesa come un macigno: Groenlandia. Trump torna a parlare dell’isola artica come se fosse un dossier aperto, una casella da spostare sulla scacchiera. E per farlo attacca frontalmente la Danimarca: “Non può proteggere quella terra dalla Russia o dalla Cina”. Poi il passaggio che suona come una miccia accesa sotto il tavolo degli alleati: “Perché mai dovrebbero avere un diritto di proprietà? Non ci sono documenti scritti”.

Non è solo una provocazione diplomatica. È la riscrittura del concetto di sovranità in chiave geopolitica: se non puoi difendere un territorio, allora non ti appartiene davvero. Un’idea brutale, ma perfettamente coerente con la logica del potere che Trump mette in scena da sempre: il mondo non è un trattato, è una contesa.

E mentre l’Europa si interroga su come rispondere, arriva l’altra notizia, quella che sposta il baricentro dal Nord al Medio Oriente. Il Cremlino fa sapere che Trump avrebbe invitato anche Vladimir Putin nel Consiglio esecutivo per Gaza. Un Board che dovrebbe occuparsi della gestione politica del dossier più esplosivo del momento. Se confermato, sarebbe un salto di qualità: la Russia dentro un meccanismo di governance della crisi, non come spettatore ma come attore riconosciuto.

Qui il retroscena diventa sostanza. Perché mettere Putin nel “Board” significa accettare che la stabilizzazione di Gaza non si può fare senza Mosca. O, almeno, significa che Washington vuole provarci così: allargando il tavolo, spostando gli equilibri, facendo saltare la geometria classica dell’Occidente compatto. È una scelta che può essere venduta come realismo. Ma che rischia di trasformarsi in un cortocircuito politico, soprattutto per l’Europa, già divisa tra la necessità di contare e la paura di restare schiacciata.

Nel frattempo, la Norvegia finisce in mezzo. Non solo perché il Nobel si assegna a Oslo, ma perché il Nord Europa è una frontiera sensibile: NATO, Artico, rotte, sicurezza energetica, pressione russa. Trump lo sa. E usa la lettera come leva, come segnale. L’Artico non è più periferia: è il centro della prossima competizione.

La verità è che Trump sta dicendo una cosa semplice, con un linguaggio spietato: la pace non è un valore assoluto, è uno strumento. Se conviene, si fa. Se non conviene, si cambia registro. E in questo cambio di registro, la Groenlandia diventa la cartina tornasole di un mondo che torna a ragionare in termini di influenza, basi e controllo. Gaza, invece, diventa il laboratorio dove si misura quanto conta ancora l’Occidente e quanto spazio è disposto a concedere ai suoi avversari per ottenere un risultato.

Una lettera, due fronti, un unico messaggio: il nuovo ordine non chiede permesso. Lo impone.

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