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Trump e la Groenlandia: la strategia per umiliare l’Europa

- di: Bruno Coletta
 
Trump e la Groenlandia: la strategia per umiliare l’Europa

Tra Artico, Nato e dazi: il “divide et impera” del tycoon per riportare l’Ue a piccole patrie manovrabili.

C’è un filo che collega l’ossessione per la Groenlandia alle vecchie invettive contro Bruxelles, ai ricatti sui contributi Nato e alla tentazione ricorrente dei dazi: è l’idea che l’Europa, se resta unita, diventa un interlocutore “troppo grande” per essere piegato. Se invece torna a essere un mosaico di capitali in ordine sparso, diventa controllabile. E allora l’obiettivo non è soltanto ottenere un vantaggio negoziale: è spaccare, dividere, umiliare. In una parola, ridurre l’Unione a un tavolo di bilaterali dove il più forte detta le regole e gli altri, uno alla volta, abbassano lo sguardo.

Il caso groenlandese è diventato il laboratorio perfetto. Nelle ultime ore, l’Europa ha provato a mandare un segnale politico-militare: piccoli contingenti alleati hanno iniziato ad arrivare a Nuuk nell’ambito della missione Arctic Endurance, con una presenza francese presentata come “avanguardia” e ulteriori contributi annunciati da altri Paesi. Ma da Washington è arrivata una risposta tagliente, di quelle che non lasciano spazio alle sfumature: “Non cambio idea”. Traduzione politica: potete anche sbarcare, ma non contate di spostare l’ago della bilancia.

Non è solo una frase. È un metodo. Donald Trump insiste che gli Stati Uniti “hanno bisogno” della Groenlandia per la sicurezza nazionale e che Danimarca e alleati non sarebbero affidabili nel proteggere l’isola da Russia e Cina. Il messaggio sottinteso è doppio: da un lato delegittima un membro europeo e l’architettura che lo sostiene; dall’altro mette l’Europa davanti a un bivio tossico, scegliendo tra la linea dura (rischio escalation) e la linea morbida (rischio umiliazione). In entrambi i casi, l’Ue ne esce ammaccata. E il tycoon, come spesso accade, sembra considerare l’imbarazzo altrui non un effetto collaterale ma un risultato.

A rendere più delicato il quadro c’è la reazione di Mosca: il Cremlino denuncia una “militarizzazione accelerata” dell’Artico attribuita alla Nato e alza i toni contro la mobilitazione alleata. Nel frattempo, a Nuuk, il premier groenlandese Jens-Frederik Nielsen prova a fare da pompiere in una stanza piena di benzina, chiedendo che la partita resti dentro “dialogo e diplomazia”. Ma la dinamica è chiara: ogni passo europeo diventa pretesto per la propaganda russa, ogni frase americana diventa detonatore per nuove frizioni tra alleati.

Dentro l’Europa, la scena è quasi un contrappunto. Emmanuel Macron alza il livello annunciando l’arrivo di altri mezzi. Ursula von der Leyen ribadisce sostegno “politico e finanziario” a Copenhagen. Boris Pistorius prova a ricondurre tutto al punto “condivisibile” anche dagli americani: Russia e Cina aumentano la loro impronta militare nell’Artico e la Nato deve reagire. Ma nella somma delle dichiarazioni, si sente un rumore di fondo: l’Europa parla a più voci, gli Stati Uniti a una sola — e quella voce, in questo momento, suona volutamente sprezzante.

L’Italia, in questa coreografia, sceglie la prudenza e la traduce in una battuta che è anche una stoccata ai micro-contingenti: Guido Crosetto definisce l’idea di “cento, duecento o trecento soldati” “l’inizio di una barzelletta” e chiede che sia la Nato a coordinare, perché il punto — dice — è “unire e non spaccare”. Antonio Tajani insiste sul fatto che un intervento militare americano “non sia all’orizzonte”. È la linea del contenimento: non alimentare la spirale, non prestare il fianco all’escalation. Ma anche questo approccio, senza un baricentro europeo forte, rischia di diventare l’ennesima dimostrazione di fragilità.

Ed è qui che l’episodio groenlandese smette di essere solo una disputa territoriale e diventa un capitolo della strategia più ampia: l’Europa come bersaglio politico-culturale. Trump non ha mai nascosto la sua insofferenza verso l’Unione come soggetto unitario. In passato ha dipinto l’Ue come un progetto ostile agli interessi americani e ha minacciato dazi punitivi. Quando dice che la Casa Bianca non cambierà idea, non sta soltanto parlando di Artico: sta ribadendo che non riconosce a Bruxelles la capacità di “fare massa”, di essere un contrappeso, di imporre un costo politico a chi la tratta come un dettaglio geografico.

Il punto, allora, non è inseguire ogni provocazione con un comunicato in più. Il punto è capire cosa c’è dietro: la tentazione — antica quanto la politica di potenza — di trattare l’Europa come un arcipelago di “piccole patrie” e non come un continente capace di scegliere. Perché un’Unione compatta può negoziare su sicurezza, materie prime, rotte artiche, tecnologia e commercio con una leva reale. Un’Europa frammentata, invece, torna al mondo di ieri: quello in cui basta premere su una capitale alla volta, far balenare un vantaggio immediato, promettere una corsia preferenziale, e la solidarietà si sbriciola.

In controluce, la Groenlandia è anche un promemoria materiale: rotte marittime, infrastrutture, sorveglianza, risorse strategiche. È logico che Washington la consideri un tassello cruciale. Ma il modo in cui Trump porta il dossier sul tavolo — con frasi tranchant, svalutando i segnali europei e spingendo gli alleati in un angolo — trasforma un tema di sicurezza in un braccio di ferro di prestigio. E quando il prestigio diventa la moneta principale, l’arroganza non è un difetto caratteriale: è una tecnica di negoziazione.

La domanda, per l’Europa, è se vuole continuare a reagire in ordine sparso — inseguendo l’emergenza del giorno — oppure se vuole rispondere alla strategia con una strategia: una postura comune su Artico e Nato, una politica industriale e commerciale che riduca le dipendenze, e una voce unica quando un alleato decide di trattare l’Unione come un bersaglio. Perché l’obiettivo, ormai, è esplicito: non è solo prendersi un’isola. È prendersi il lusso di dire all’Europa, davanti al mondo, che non conta abbastanza da fargli cambiare idea.

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