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Fine dello smart working? Crescono le richieste di ritorno in ufficio

- di: Marta Giannoni
 
Fine dello smart working? Crescono le richieste di ritorno in ufficio
Negli ultimi mesi il mondo del lavoro ha assistito a un deciso cambio di paradigma: il ritorno al lavoro in presenza. Negli Stati Uniti, Donald Trump, presidente eletto, ha annunciato una misura che obbligherà tutti i dipendenti pubblici a tornare in ufficio a tempo pieno. Durante una conferenza stampa a New York, Trump ha dichiarato: “È ora di riportare l’America al lavoro, al cuore dell’azione. La presenza fisica è essenziale per garantire un servizio pubblico efficiente e vicino ai cittadini”. Il piano, parte di una strategia più ampia per rilanciare l’efficienza del settore pubblico, ha subito diviso l’opinione pubblica.
In Europa, il trend si riflette nelle politiche di grandi aziende. Amazon ha introdotto un obbligo di presenza in ufficio cinque giorni a settimana. Andy Jassy, Ceo del colosso tecnologico, ha precisato: “La collaborazione e l’innovazione raggiungono i massimi livelli quando le persone si trovano nello stesso spazio. Le deroghe a questa regola saranno eccezioni, non la norma”. Altri giganti come BT e PwC hanno optato per modelli ibridi, richiedendo ai dipendenti di lavorare in presenza almeno tre giorni a settimana. Secondo una nota di BT, questa scelta mira a “favorire l’interazione personale e il senso di appartenenza aziendale”.

Le reazioni dei lavoratori: tra entusiasmo e resistenze

Il ritorno al lavoro in presenza, tuttavia, non è stato accolto con entusiasmo universale. Molti lavoratori apprezzano la flessibilità e i benefici dello smart working, come la riduzione dei tempi di pendolarismo e un maggiore equilibrio tra vita privata e professionale. “Con il lavoro da remoto ho finalmente trovato il tempo per seguire i miei figli e migliorare la qualità della mia vita”, afferma Sarah Johnson, una project manager di Chicago. Tuttavia, altri vedono nell’ufficio un’opportunità per socializzare e costruire connessioni professionali.
Uno studio di McKinsey ha evidenziato che il 70% dei lavoratori remoti teme che la mancanza di una presenza fisica in ufficio possa ridurre le opportunità di carriera. John Hamilton, un analista di Londra, ha commentato: “Se non sei presente, vieni facilmente dimenticato. Questo è un rischio reale in un mondo competitivo come quello odierno”.

Spazi aziendali e produttività: una sfida per le imprese
Le aziende, dal canto loro, puntano a massimizzare l’utilizzo degli spazi aziendali, rimasti spesso vuoti durante la pandemia. Secondo PwC, le decisioni di richiedere una maggiore presenza in ufficio sono anche una risposta alla necessità di ridurre i costi immobiliari non utilizzati. Tuttavia, questo approccio potrebbe avere un impatto negativo sulla produttività di alcuni lavoratori, in particolare quelli che gestiscono famiglie o che vivono lontano dai centri urbani.

Verso un compromesso: modelli ibridi e nuove prospettive

Per molti, la soluzione sembra essere nei modelli ibridi, come il “3+2”, che combinano tre giorni di lavoro in ufficio e due da remoto. “Credo che questo modello rappresenti un buon compromesso”, sostiene Laura Meyer, direttrice delle risorse umane presso un’azienda tecnologica di Berlino. “Consente di mantenere la flessibilità tanto apprezzata durante la pandemia, senza rinunciare ai benefici della collaborazione in presenza”.
Resta da vedere se queste politiche sapranno conciliare le esigenze di produttività delle imprese con quelle di benessere dei lavoratori, aprendo una nuova fase nel mondo del lavoro post-pandemico.

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