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Senza prevenzione, nel 2040 il cancro devasterà i Paesi poveri

- di: Brian Green
 

Secondo l'OMS, i casi registreranno un balzo di + 81 per cento.




La ricerca in campo medico ha i suoi tempi, come hanno insegnato l’emergenza corona virus e gli sforzi e le risorse spese per trovare un vaccino e cure efficaci. Ma alla fine, sia pure spesso tra enormi difficoltà, la ricerca riesce a regalare all’umanità (non certo a costo zero) nuovi strumenti per vivere meglio, quando non addirittura vivere meglio e più a lungo. Due condizioni che non sempre marciano assieme. Ma i ricercatori sono parte di una società, di una collettività che, per alzare i suoi standard di vivibilità, deve definire i comportamenti minimi per non cedere alle malattie. Ma non è sempre così o, almeno, non è così in tutto il mondo dove spesso i principi della prevenzione vengono ignorati, lasciando i soggetti a continuare a vivere come ritengono, senza tenere conto che alcuni comportamenti sono nocivi. Paradigmatico di questo concetto è come in molti Paesi poveri o che a questa condizione si avvicinano la prevenzione sia totalmente ignorata. Tanto che l’Organizzazione mondiale della Sanità, sulla base di modelli matematici che si basano su evidenze e non certo su sensazioni, ha delineato per molti di questi Paesi, nei prossimi decenni, un quadro assolutamente drammatico per quanto riguarda la lotta al cancro. Una lotta che nelle nazioni economicamente forti si basa, oltre che sull’intervento medico, anche su una capillare informazione su quali siano i comportamenti da evitare. Questa cornice ha portato l’Oms a delineare un panorama di medio periodo, secondo il quale entro il 2040, nei Paesi cosiddetti poveri, i casi accertati di cancro registreranno, rispetto al dato attuale, un balzo dell’81 per cento addebitabile al mancato utilizzo di risorse sufficienti a condurre efficaci campagne di prevenzione. Basta guardare a quanto l’Oms ha rilevato nel 2018, con 18,1 milioni di nuovi casi di cancro in tutto il mondo e con una proiezione che, appunto entro il 2040, si attesterà su numeri ancora più drammatici, che potrebbero oscillare su una previsione ottimistica di 29 milioni di nuovi casi sino a quella più pessimistica di 37 milioni. La lievitazione del numero di casi accertati riguarderà essenzialmente i Paesi in cui la ricchezza può essere definita bassa o media, dove i tassi di sopravvivenza sono i più drammatici del pianeta. Prevenzione significa anche diagnosticare per tempo l’insorgenza di tumori ed intervenire. Ma questo è difficile in Paesi che combattono quotidianamente contro la povertà, in cui larghissimi strati della popolazione vivono sotto la soglia della sopravvivenza. Questa situazione costringe i Governi a destinare al settore della Sanità risorse limitate, circoscritte alla lotta alle malattie infettive ed ai problemi legati all’assistenza di madri e bambini, in aree ad altissimo tasso di natalità. L’analisi di questa situazione potrebbe portare lontano, a discutere di come le diseguaglianze economiche e finanziarie tra Paese determinano un abisso sui diversi modi di fronteggiare malattie come il cancro. Ma non è questa la sede. Piuttosto è forse il caso di riflettere sul messaggio che ci arriva dall’Oms. ‘’Quando le persone hanno accesso alle cure primarie ed ai sistemi di riferimento - queste le parole di Ren Minghui, vicedirettore generale dell’Organizzazione mondiale della Sanità - il cancro può essere individuato in anticipo, trattato in modo efficace e curato’’. Una affermazione che forse appare banale, prevedibile, abbastanza scontata e che invece sottolinea come la lotta al cancro ha diverse prospettive di successo a seconda della situazione economica dei singoli Paesi. Anche perché il cancro - se non affrontato per tempo e con cure efficaci - spesso infligge indicibili sofferenze, ma contestualmente isola la persona che ne è stata colpita dal tessuto produttivo del suo Paese, con un processo di sottrazione di risorse che non sono solo umane. In effetti l’Oms indica poche, ma sostanziali soluzioni per prevenire l’insorgenza di nuovi casi di tumore, che peraltro sono state da tempo adottate nei Paesi industrializzati, dove l’informazione è di per sé uno strumento di lotta al male. Quindi campagne di lotta contro il fumo (cui viene addebitato il 25 per cento dei decessi determinati dal cancro); la vaccinazione contro l’epatite B, che viene considerata l’anticamera del tumore al fegato; la vaccinazione contro il papilloma virus umano (per contrastare il cancro cervicale). ‘’Se mobilitassimo diverse parti interessate per lavorare insieme, potremmo salvare almeno 7 milioni di vite nel prossimo decennio’’ è l’appello lanciato da Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore dell’OMS, partendo anche dalla constatazione che la ricerca ha contribuito a ridurre il numero di decessi per cancro. Ma è una contrazione che riguarda essenzialmente i Paesi ricchi, quelli cioè che possono destinare maggiori risorse economiche. Cosa che si è tradotta in programmi di prevenzione, diagnosi precoce e screening. Azioni concrete che, combinandosi con il progredire della ricerca e il miglioramento conseguente dei trattamenti, hanno contribuito a ridurre il tasso di morte prematura di circa il 20% tra il 2000 e il 2015. Una percentuale che però non ha trovato riscontro nei Paesi poveri. Dove, ha detto Elisabete Weiderpass, direttore dell’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro, la riduzione è stata solo del 5% . Se il cancro si combatte anche con la prevenzione, quando il male colpisce spesso lascia dietro di sé non solo lo strascico fisico della malattia, quanto la difficoltà di chi ne è stato colpito di riadattarsi alla vita normale, di riuscire ad accantonare le paure che il tumore crea. Spesso, quando ad esserne colpite sono le donne, la malattia ed il suo doloroso lascito si combattono cercando di riappropriarsi del proprio aspetto. Cosa che poco o nulla c’entra con la voglia di riconquistare la bellezza che il male ha intaccato, quanto con la necessità di tornare alla normalità ed alla comprensione che solo prendendosi cura di se stesse può essere affrontata vittoriosamente la battaglia per uscire definitivamente dal tunnel del dolore. Su questa strada da tempo si sono incamminati i volontari di una organizzazione benefica che opera in Canada, ‘’Belle et bien dans son peau’’, una denominazione che si può tradurre come un invito a vivere al meglio in un fisico bello (o nuovamente bello). L’organizzazione cerca di aiutare le donne che sono state colpite dal cancro a convivere con la malattia, accompagnandole in un difficile cammino. Donne che, nella maggior parte dei casi, confessano che prima di aderire al programma hanno a lungo esitato nell’errata convinzione che il cancro e le sue conseguenze sono cose che si devono combattere nella solitudine. Poi, capendo cosa ‘’Belle et bien dans son peau’’ propone, vi si avvicinano e solo pochissime non ultimano il percorso che, spesso venendo dopo cure mediche e sedute di chemioterapia, propone informazioni su come prendersi cura della pelle, come truccarsi, come disegnare le sopracciglia. Cosa, ques’ultima, che è molto più di un accorgimento di natura estetica. ‘’È molto importante per noi - dice Maria-Lena Clarke, che da mesi combatte il cancro - perché perdiamo le sopracciglia e perché esse definiscono il viso e che, per me, è stato molto importante’’. Dopo i suggerimenti per truccarsi, arriva il capitolo dedicato alla gestione della caduta dei capelli. Una cosa che riguarda sia gli aspetti psicologici, ma anche pratici come la scelta di una parrucca e come curarla, come acconciare i capelli con una sciarpa o con un cappello. Durante il seminario viene affrontata anche la questione dell’igiene cosmetica, importante perché il sistema immunitario è indebolito da malattia e trattamenti’ ‘’Oggi, quando a una donna viene diagnosticato un cancro - dice ancora Suzanne Aranda, direttore della comunicazione e delle pubbliche relazioni dell’Organizzazione, - viene impostato rapidamente il suo piano di trattamento. Ciò che viene spesso trascurato è il lato emotivo e psicologico della malattia’’.
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