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Salari fermi, eredità d’oro: l’Italia divisa in due

- di: Bruno Coletta
 
Salari fermi, eredità d’oro: l’Italia divisa in due

Oxfam fotografa l’“ereditocrazia”: ricchezza su, buste paga giù. E la povertà si fa “da lavoro”.

C’è un Paese che lavora, stringe i denti e guarda lo scontrino con sospetto. E ce n’è un altro che, nello stesso giorno, vede il patrimonio salire come un ascensore senza pulsante “stop”. La fotografia più nitida arriva dal nuovo dossier di Oxfam diffuso a ridosso del Forum di Davos: l’Italia viene descritta come un’economia di “fortune invertite”, dove la ricchezza tende a concentrarsi in alto mentre i redditi da lavoro arrancano.

Il dato-simbolo è spiazzante per semplicità: nel 2025 la ricchezza reale dei miliardari italiani sarebbe cresciuta al ritmo di circa 150 milioni di euro al giorno, fino a raggiungere un totale di 307,5 miliardi detenuti da 79 persone. Il numero, da solo, non spiega tutto. Ma indica la direzione: più si sale, più l’aria è rarefatta, più i numeri diventano “fuori scala” rispetto alla vita quotidiana.

Dall’altra parte del binario, la locomotiva dei salari procede a scatti. Sempre secondo Oxfam, le retribuzioni reali restano ancora sotto i livelli pre-pandemia: tra il 2019 e il 2024 la perdita cumulata di potere d’acquisto delle retribuzioni contrattuali viene stimata in 7,1 punti percentuali, con un recupero nel 2025 valutato come modesto. È la classica sensazione da “aumento fantasma”: arriva in busta, ma viene riassorbito da prezzi e bollette.

In questo quadro, la povertà cambia pelle: non è più solo “assenza di lavoro”, sempre più spesso è lavoro che non basta. Le statistiche ufficiali stimano nel 2024 oltre 2,2 milioni di famiglie in povertà assoluta, un livello sostanzialmente stabile rispetto all’anno precedente, ma con un segnale che pesa: cresce l’area di chi scivola pur avendo almeno un occupato in casa, spesso tra precarietà, part-time involontario e salari bassi.

I bambini, in questa storia, pagano il biglietto più caro. L’incidenza della povertà assoluta tra i minori resta elevata e, quando la famiglia vive in affitto, la vulnerabilità diventa cronica: tra canoni in crescita e redditi che non tengono il passo, la casa si trasforma nel grande “mangia-stipendio”. Nei grandi centri urbani, la spesa abitativa può divorare quote molto alte del reddito, restringendo il margine per tutto il resto: salute, istruzione, risparmio, perfino la spesa alimentare.

Ma la vera parola chiave del dossier è un’altra: eredità. Oxfam segnala che una quota ampia delle grandi ricchezze in Italia nasce (e si perpetua) per trasmissione familiare: “quasi due terzi” dei patrimoni miliardari sarebbe riconducibile a ricchezza ereditata. E il prossimo passaggio generazionale, secondo le stime riportate dall’organizzazione, potrebbe muovere cifre enormi: nell’arco di un decennio, tra eredità e donazioni, potrebbero “passare di mano” circa 2.500 miliardi. Tradotto: non è solo una foto dell’oggi, è una traiettoria.

Qui entra in scena il tema più politico di tutti: quanto lo Stato tassa la ricchezza che si trasferisce senza passare dal “via” del merito o del lavoro? In Italia l’imposta di successione, per i trasferimenti a favore di coniuge e parenti in linea retta, prevede un’aliquota del 4% oltre una franchigia di 1 milione di euro per beneficiario. Un’impostazione che diversi osservatori, anche accademici, considerano poco incisiva rispetto ad altri Paesi europei e che, nel dibattito pubblico, riaccende periodicamente l’idea di spostare parte del carico dal lavoro ai grandi trasferimenti di patrimonio.

Il racconto, intanto, è già diventato terreno di scontro. La segretaria del Pd Elly Schlein ha parlato di numeri “drammatici” e ha attaccato l’inerzia sulle condizioni materiali, tornando a spingere sul salario minimo. Dal Movimento 5 Stelle, l’europarlamentare Pasquale Tridico ha letto i dati come la prova che alcune scelte finiscono per ampliare, non ridurre, le distanze. E per Avs, con Angelo Bonelli, la diagnosi è secca: un Paese sempre più ingiusto e diseguale.

Dietro le dichiarazioni, però, restano i meccanismi. Il mercato del lavoro italiano si è popolato negli anni di occupazioni a bassa retribuzione e di carriere spezzettate: quando l’inflazione accelera, chi sta in basso ha meno “ammortizzatori” e subisce il colpo per intero. È il motivo per cui i dossier sul lavoro povero insistono su due leve: la qualità dell’occupazione (stabilità, ore garantite, crescita professionale) e la forza della contrattazione, senza dimenticare produttività e innovazione, che restano il vero moltiplicatore di salari sostenibili.

Sullo sfondo, c’è un’Italia che non è povera in senso assoluto: la ricchezza complessiva delle famiglie resta elevata nel confronto europeo. Ma la domanda cruciale è come quella ricchezza si distribuisce e quanto riesce a tradursi in mobilità sociale. Se la scala si accorcia, se il primo gradino si alza, se l’ascensore si rompe, il risultato è una società che assomiglia a un club: dentro pochi, fuori molti, e all’ingresso il prezzo aumenta ogni anno.

La linea di faglia, ormai, non passa solo tra “occupati” e “disoccupati”, ma tra chi può assorbire uno shock (un affitto che sale, un mutuo più caro, una spesa sanitaria imprevista) e chi no. In altre parole: tra chi possiede patrimonio e chi vive di reddito. E quando il patrimonio cresce più in fretta del reddito, la forbice non è un accidente: è un modello.

Se davvero l’Italia è entrata nell’era dell’ereditocrazia, la scelta non è tra indignazione e rassegnazione. La scelta è tra continuare a tassare soprattutto il lavoro, lasciando che i passaggi generazionali consolidino le posizioni, oppure riequilibrare: salari, servizi, casa, fisco. Perché, alla fine, una democrazia non si misura solo dal Pil. Si misura da quanto costa, oggi, restare “normali”.

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