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India: per i poveri il nemico non è il virus ma la fame

- di: Diego Minuti
 

C'è un Paese dove il Covid-19, nonostante il lockdown, ha colpito e continua a farlo, reclamando quotidianamente i suoi morti, nonostante le severe misure adottate dal Governo centrale che ha dato mano libera alla polizia per farle rispettare, con le cattive molto più che con le buone. 

È l'India, la più grande democrazia del mondo, dove, tra le classi meno abbienti e quindi più esposte, la paura di un ipotetico contagio è sovrastata da una certezza quotidiana, che si chiama fame.

Non una ipotesi, non le elucubrazioni da salotto o, come di recente accaduto dalle nostre parti, la palestra mentale per giovani sprovveduti per testare la loro capacità di garantire e spandere solidarietà lontani da casa. 

Una piaga che, però, non colpisce indiscriminatamente tutti i poveri. 

Perché in India ci sono poveri che sono anche musulmani, in un Paese che ha riscoperto, negli ultimi anni, la rinascita dell'induismo inteso come elemento di discriminazione, applicato con un ricorso sempre più frequente alla violenza.

E potrebbe apparire un assurdo in una Nazione che, mentre il resto del mondo cammina cercando di raggiungere la parità sociale, è ancora convintamente arroccata, per la gran parte dei suoi abitanti, su un millenario sistema di caste impermeabili esse stesse e quindi tra di loro. 

Una organizzazione sociale che inchioda perennemente alla medesima condizione, dalla quale si può uscire solo tra mille difficoltà, che sono però quasi insormontabili, soprattutto per quelli che fanno parte degli ultimi tra gli ultimi, i paria. La piramide delle caste ha al vertice quella eletta dei bramini e, via via, scendendo i guerrieri ed i re (i kshatryia), i mercanti e contadini (i vayshia), gli artigiani (i sudra) e, infine, gli ultimi, gli intoccabili, relegati a mestieri umilianti che li marchiano (loro e le loro famiglie) indelebilmente per la vita.

Ma quando il cibo scarseggia e scarseggia per tutti, se sei musulmano devi aspettare, sperando che rimanga qualcosa anche per te dopo che gli appartenenti alle ultime caste hanno ricevuto le loro ben misere razioni.

In questi giorni alcuni media internazionali - già alle prese con la copertura giornalistica di calamità naturali, che hanno seminato distruzione e morte tra India e Bangladesh - hanno rivolto la loro attenzione sulle alcune baraccopoli, che è forse anche esagerato chiamare così. 

A Bhatt, nei bassifondi di Tughlakabad, a sud di New Delhi, le case di questa bidonville sono un insieme indistinto di pareti di cartone o di legno, di teli, di lamiere che più che proteggere o dividere, segregano, isolano, distruggendo ogni concetto di convivenza.

L'accampamento è abitato da alcune migliaia di persone, quasi tutte provenienti dal Rajasthan. 

Prima dell'epidemia sopravvivevano dandosi da fare per raccattare, durante la giornata, le rupie in grado di consentire loro di mangiare. Ma le restrizioni imposte dal governo centrale per frenare il contagio hanno cancellato quella microeconomia che sfuggiva ad ogni statistica ufficiale, ma che dava la possibilità di andare avanti. 

Ma il problema vero è che il governo sembra avere messo in conto che il percorso verso la normalizzazione dopo la pandemia passa anche accantonando, per questa fase, i problemi dei più poveri, rispettando una scala di priorità che, semmai ha una ragione, sfugge ad ogni chiave di comprensione.

A Bhatt si fanno i conti quotidianamente con la fame e quando vedi che arriva cibo solo per 350 famiglie il rischio vero è che la rabbia degli esclusi possa esplodere incontrollata. È questo il timore degli operatori di una associazione di volontariato, Kawan-e-Mohabbat ("la carovana dell'amore") , che ogni mattina si presentano al campo per distribuire i pacchi contenenti cibo. Loro, questi ragazzi che cercano di aiutare a risolvere un problema molto più grande di loro, nei momenti in cui cominciano a consegnare le derrate guardano con paura le centinaia di persone che li circondano, li implorano, li strattonano, li minacciano. Una situazione che potrebbe essere l'innesco di una violenza che pare essere solo in attesa di manifestarsi. 

Nel campo, poi, ci sono casi estremi in questa situazione catastrofica, come quelle di famiglie vegetariane (non per scelte alimentari, ma per religione) ridotte letteralmente alla fame perché nelle derrate distribuite mancano verdure e riso, i loro principali alimenti. 

Bhatt, perennemente avvolta da un'aria mefitica, non è un accampamento, è l'anticamera dell'inferno, dove, con la temperatura quasi sempre sopra i 40 gradi, le malattie sono sempre in agguato. 

Come se non bastasse il Covid-19.

E quando non è il caldo, sono i rifiuti sparsi in ogni dove a fare da potenziale focolaio a malattie ed infezioni e l'acqua, che potrebbe essere d'aiuto, è distribuita in un unico punto del campo.

Una povertà assoluta che rende, paradossalmente, il virus un male accessorio, quasi un fastidio. 

Prima c'è da riempire la pancia e prima ancora le tasche. Il confinamento contro il virus si chiuderà ufficialmente il 31 maggio, secondo l'annuncio del primo ministro Narenda Modi, che oggi sembra però più interessato alle alchimie della politica che di altro.

E ne ha motivo, dal momento che negli ultimi mesi l'India è stata teatro di ripetute violenze della maggioranza indù contro la minoranza musulmana, mai come oggi sull'orlo della rivolta. 

Tutto questo sotto l'occhio interessato del Pakistan.

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