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Concessione: il braccio di ferro tra Governo e Aspi diventa solo politico

 
Date via libera all'immaginazione ed alla fantasia e pensate a quanti problemi questa Italia avrebbe potuto scansare se chi guida il Paese - non oggi, ma anche nelle legislature precedenti - avesse avuto il senso dello Stato e, contestualmente, anche il buonsenso, concetti che non sempre coincidono.

La vicenda della concessione ad Autostrade per l'Italia sta assumendo contorni da commedia, ma non di quelle sane rappresentazioni, un po' scollacciate, del nostro Paese, bensì una alla ''The Rocky Horror Picture Show'' o ''La piccola bottega degli orrori'', dove la paura c'è, ma viene filtrata attraverso situazioni che, se non fossero serie, sarebbero tutte da ridere o quasi.
Il contenzioso tra lo Stato italiano (o da chi oggi lo rappresenta) ed Aspi dovrebbe ridursi ad una bega da aula di tribunale, come quella risolta ieri dalla Consulta secondo cui il primo ha avuto ragione ad estromettere dai lavori per costruire un nuovo ponte a Genova quelli che sarebbe responsabili del crollo del Morandi.

Nel momento in cui la Consulta ha bocciato il ricorso di Autostrade per l'Italia è stato fatto un passo in avanti nella definizione di una vicenda in cui, purtroppo ci sarebbe da dire, i tempi sembrano però allungarsi dal momento che si intrecciano troppi elementi, di fila elencati non certo in ordine di importanza: quello giudiziario, quello politico, quello ideologico, quello umano.
Prendiamo il fronte politico. Non contenti di non andare d'accordo che su pochissimi punti, Partito democratico e Cinque stelle si ritrovano su fronti differenti sul problema della concessione. Se Conte (ed anche il ministro alle Infrastrutture, De Micheli del PD) sollecita ad Aspi la definizione dell'offerta, pena il revoca della concessione, i Cinque Stelle fanno a gara anche tra di loro a chi ne dice di più contro i Benetton, Atlantia e Aspi, non necessariamente in quest'ordine. Quel che appare abbastanza scontato è che l'eventuale revoca della concessione non sarebbe accettata con un sorriso ed un ramoscello d'ulivo da Autostrade per l'Italia che si sente forte di una giurisprudenza che ritiene la tuteli.

Quanto tempo occorrerebbe attendere per una definizione giudiziaria di questo contenzioso?
Difficile dirlo, anche perché con ogni probabilità - trattandosi di materia che inerisce miliardi di euro - Aspi schiererebbe una nutrita batteria di avvocati e periti per spiegare le proprie ragioni. Ma tutto questo ai Cinque stelle non piace affatto ed hanno già cominciato a dirigere le bocche dei loro cannoni contro l'ipotesi di rinnovare o non revocare la concessione. Ora, nessun problema sinché a parlare è Danilo Toninelli (che, in un video, ha sguainato la scimitarra scagliando fendenti soprattutto su Matteo Salvini accusato d'essere stato finanziato dai Benetton e, quindi, di codardia, per essersi sfilato quando, in sede di consiglio dei ministri, dopo la tragedia del Morandi si parlava di Genova).

A sparare a palle incatenate contro i Benetton è stato soprattutto il viceministro Giancarlo Cancelleri che, lamentandosi per essere stato scavalcato dal suo ministro, ha chiesto l'intervento immediato del Governo per procedere al commissariamento di Aspi e l'affidamento all'Anas dei controlli di sicurezza. In questa gara a chi scavalca per primo l'altro, cercando a sua volta di non farsi scavalcare, le proposte fioccano e non sempre sembrano in linea con il diritto civile, ma anche la ragionevolezza, quando si parla di estromettere una società che ha ottenuto legittimamente una concessione che ora le si vuole revocare, per colpe che devono però essere accertate e punite da un organismo che non può essere solo politico.

È chiaro comunque che se Aspi non raccogliesse la possibilità offerta dal ministro De Micheli, quest'ultima sarebbe costretta a prendere immediatamente delle decisioni in ordine alla gestione del ponte. La prima sarebbe quella di ricorrere all'Anas, in attesa di individuare una soluzione diversa. poi ci sarebbe la strada di un commissario, anche se questa strada appare più complicata.
Ma, se questo è l'aspetto puramente politico/giudiziario di questo braccio di ferro ce ne sono altri importanti, ma forse meno evidenti, meno eclatanti, perché non hanno molta eco sulla stampa, nonostante i risvolti drammatici.

La lotta che è stata scatenata contro i Benetton coinvolge, come è giusto che sia, Atlantia che non è solo una sigla, non è la cassaforte del gruppo. È anche l'azienda che fa vivere migliaia di famiglie, in Italia ed all'estero, e che da due anni è in bilico, non sapendo quale potrebbe essere il suo futuro, certo segnato da un ridimensionamento dei programmi e quindi delle prospettive. Atlantia non è solo un colosso finanziario, è anche tecnologia, professionisti, dipendenti che hanno il diritto di sapere quale sarà il loro futuro, anche se proprio in queste ore qualche politico, non si sa bene poggiando su quali basi le sue affermazioni, garantisce che non si perderà un posto di lavoro. Una promessa che riguardando un gruppo privato non si capisce bene da cosa sia giustificata.

E poi c'è il problema che Atlantia è quotata in borsa e che, quindi, ogni voce che la riguardi incide sulla sua posizione sul mercato, sempre sensibile ai segnali politici. Come appunto le sparate sul suo imminente commissariamento. Dichiarazioni politicamente importanti, ma sicuramente avventate, incidono sulla valutazione di Atlantia e quindi, direttamente, su coloro che hanno scommesso su di essa affidandole i loro risparmi.
Questi investitori - che non sono tutti fondi o grandi capitali - chi li sta tutelando?
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