Nations League, Italia fuori: un risveglio tardivo tra emozioni, conti e biglietti aerei
- di: Cristina Volpe Rinonapoli

L’Italia si sveglia tardi. Troppo tardi. Il 3-3 strappato con le unghie e con il cuore alla Germania, nella notte berlinese che doveva valere il dentro o fuori, ha il sapore di una rimonta mancata, di un orgoglio riscoperto ma sterile. Un primo tempo da dimenticare, una ripresa che avrebbe meritato miglior sorte. Ma nei tornei europei non basta mostrare di esserci. Bisogna vincere. E all’andata, a casa nostra, avevamo già compromesso tutto con un 2-1 che oggi pesa come un rimorso.
Nations League, Italia fuori: un risveglio tardivo tra emozioni, conti e biglietti aerei
A Berlino i ragazzi di Spalletti sono andati sotto di 3 gol, e con loro sono crollate per un attimo anche le speranze. La Germania, cinica e geometrica, ha giocato come se il passaggio del turno fosse un atto dovuto. L’Italia invece, nei primi 45 minuti, è sembrata un gruppo che ancora si cerca: lenta, scollegata, insicura. Ma poi qualcosa cambia. Una scossa negli spogliatoi, un moto d’orgoglio. E il secondo tempo si accende. I gol arrivano, le trame si fanno vive, il cuore torna a battere. Ma è tardi, troppo tardi. I conti non tornano. E la Nations League ci sfugge di mano. Un'altra volta.
Il calcio che muove milioni
Dietro le quinte dello spettacolo, però, c’è un altro copione. Quello dei numeri. Quello degli spostamenti, degli abbonamenti, degli euro che girano attorno a ogni competizione internazionale. E anche in questo campo, l’Italia si presenta sempre con grandi aspettative e un seguito che non conosce crisi.
Secondo le stime UEFA, ogni edizione della Nations League genera milioni di euro di ricavi tra diritti televisivi, sponsorizzazioni, biglietteria e merchandising. Ogni partita della Nazionale coinvolge in media circa 35-40 mila spettatori negli stadi, mentre le visualizzazioni televisive e in streaming superano regolarmente i 5 milioni a gara solo in Italia.
Il business degli abbonamenti
Gli abbonamenti alle piattaforme televisive che trasmettono le partite – come Sky o DAZN – sono una voce importante. Per chi vuole seguire tutte le sfide della Nazionale, oltre al resto del calcio europeo, la spesa media si aggira tra i 30 e i 50 euro al mese. Un investimento mensile che tanti tifosi considerano un dovere civico, più che un costo. A cui vanno aggiunti i costi per chi ha scelto anche un abbonamento allo stadio per le gare interne.
Trasferte e passione: il tifo che viaggia
Ma il cuore del tifoso non si limita al salotto di casa. Sono migliaia quelli che hanno preso un volo per Berlino, affrontando costi non da poco: dai 250 ai 500 euro per il pacchetto volo-hotel, ai quali si aggiungono i biglietti dello stadio (tra i 40 e i 120 euro), i pasti, gli spostamenti interni. Una trasferta può costare anche 700 euro a testa. Eppure lo stadio era pieno, pienissimo di tricolori e speranze.
L’indotto che gira intorno al pallone
La UEFA calcola che ogni evento internazionale abbia un ritorno economico diretto sulle città ospitanti: trasporti, ristorazione, musei, negozi, tutto si accende quando arrivano i tifosi. Per un match di grande richiamo come Germania-Italia, si stima che Berlino abbia incassato circa 8 milioni di euro in un weekend. Un’economia del tifo che diventa carburante per l’intera macchina europea del calcio.
Maglie, sciarpe e simboli: il mercato del sentimento
C’è anche il merchandising, altro universo parallelo dove si incrociano marketing e passione. Maglie ufficiali, felpe, gadget: solo durante la settimana della partita, lo store online della FIGC ha visto un’impennata del 65% degli ordini. Per una maglia ufficiale della Nazionale si parte da 90 euro, ma la nuova edizione “replica gara” supera i 130. I tifosi comprano, perché indossare la maglia è più di un atto d’amore: è dichiarazione d’identità.
Quando il calcio corre anche se perdi
Il paradosso, in tutto questo, è che la macchina continua a correre anche se la squadra si ferma. Esce l’Italia, ma restano le centinaia di migliaia di euro investiti in biglietti, pacchetti, gadget. Rimane la voglia di crederci ancora, la liturgia del viaggio, il culto della partita. E questa, nel bene o nel male, è la forza e la contraddizione del calcio contemporaneo.
Certo, il campo parla. E dice che siamo fuori. Ma dietro quel verdetto ci sono emozioni che non si spengono e una fiumana economica che continua a muoversi. È il calcio del 2025: un rituale collettivo, emotivo ed economico, che chiede risultati, ma non smette mai di correre. Anche quando perdi. Anche quando torni a casa.