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Minneapolis sull’orlo, Trump minaccia i poteri speciali

- di: Marta Giannoni
 
Minneapolis sull’orlo, Trump minaccia i poteri speciali

Sparatorie, proteste e operazioni sull’immigrazione: l’Insurrection Act torna al centro dello scontro politico.

(Foto: membri dell’Ice, la famigerata polizia anti immigrati messa in piedi da Trump, estremista e violenta).

Minneapolis è diventata il nuovo epicentro di una crisi che mescola sicurezza, immigrazione e potere politico. Nel giro di pochi giorni, una città già segnata da profonde ferite simboliche si è ritrovata di nuovo sotto i riflettori globali, con barricate improvvisate, gas lacrimogeni e un clima di sospetto che cresce ora dopo ora. Al centro della tempesta ci sono le operazioni federali contro l’immigrazione irregolare e una risposta presidenziale che molti definiscono incendiaria.

La miccia si è accesa con due episodi distinti ma collegati. Prima l’uccisione dell’attivista Renée Nicole Good, avvenuta durante un’operazione di fermo a inizio gennaio. Poi, a distanza di una settimana, il ferimento a colpi d’arma da fuoco di un immigrato venezuelano durante un intervento di agenti federali. Due storie diverse, ma unite da un filo comune: l’uso della forza in un contesto già carico di tensioni sociali e politiche.

Secondo la ricostruzione ufficiale, l’ultimo episodio sarebbe nato da un inseguimento automobilistico concluso con una colluttazione. L’agente coinvolto avrebbe aperto il fuoco temendo per la propria vita, dopo essere stato aggredito da più persone con oggetti improvvisati. L’uomo ferito sarebbe riuscito a rifugiarsi in un’abitazione, dando origine a un assedio concluso con diversi arresti. Una versione che però non ha placato la rabbia della strada, anzi l’ha amplificata.

Le immagini circolate online raccontano di una città spaccata: da un lato i manifestanti che parlano apertamente di “invasione federale”, dall’altro le forze dell’ordine schierate in assetto antisommossa. I lacrimogeni hanno riempito l’aria gelida del Minnesota, mentre le proteste si estendevano ben oltre il luogo della sparatoria, coinvolgendo interi quartieri e arterie principali.

È in questo contesto che Donald Trump ha deciso di alzare ulteriormente la posta. Con un messaggio pubblico ha evocato l’uso dell’Insurrection Act, una legge del 1807 che consente al presidente di impiegare le forze armate sul territorio nazionale in caso di emergenza. Un richiamo che pesa come un macigno nella storia recente degli Stati Uniti e che ha immediatamente polarizzato il dibattito.

“Se i politici locali non fermeranno il caos, lo faremo noi”, è il senso del messaggio presidenziale, rilanciato e commentato per ore. Un avvertimento che parla direttamente alla sua base elettorale, ma che inquieta governatori, sindaci e giuristi. L’Insurrection Act, infatti, è considerato uno degli strumenti più estremi a disposizione dell’esecutivo federale, usato raramente e sempre in contesti di disordini su scala nazionale.

A sostenere la linea dura c’è anche la segretaria alla Sicurezza interna, Kristi Noem, che ha difeso il diritto costituzionale del presidente a ricorrere a quei poteri, pur evitando di definire formalmente quanto accade a Minneapolis come un’insurrezione. Una posizione che non ha spento le polemiche, anzi: oltre cinquanta deputati democratici hanno avviato iniziative politiche per chiederne la messa in stato d’accusa, accusandola di aver tollerato pratiche aggressive e opache.

Sul fronte locale, il sindaco Jacob Frey prova a camminare su una linea sottile. Da un lato denuncia comportamenti degli agenti federali definiti apertamente inaccettabili, dall’altro invita i cittadini a non trasformare la protesta in una spirale di violenza. “Non rispondete al caos con altro caos”, ha ripetuto, sottolineando come gli scontri finiscano per danneggiare proprio le comunità che si vorrebbero difendere.

A rendere il quadro ancora più complesso c’è la battaglia legale in corso. Lo Stato del Minnesota, insieme alle amministrazioni di Minneapolis e St. Paul, ha portato il governo federale davanti a un giudice, sostenendo che le operazioni abbiano incluso arresti senza mandato e un uso sproporzionato della forza. Il primo verdetto, che ha respinto una richiesta urgente di stop, non ha chiuso la partita ma ha dato fiato alla narrativa presidenziale di un’azione legittima e necessaria.

Dal punto di vista politico, Minneapolis rischia di diventare un simbolo. Per l’amministrazione, è la prova che serve mano dura contro l’immigrazione irregolare e contro chi ostacola le operazioni federali. Per l’opposizione, è l’ennesimo esempio di una strategia che esaspera i conflitti sociali e mette alla prova i limiti dello Stato di diritto.

Il richiamo all’Insurrection Act non è solo una minaccia giuridica, ma un segnale politico potente. Significa spostare il baricentro della crisi dal livello cittadino a quello nazionale, trasformando una protesta locale in una questione di ordine pubblico federale. Un salto di scala che, storicamente, ha sempre lasciato cicatrici profonde.

Intanto, nella vita quotidiana, la città trattiene il respiro. Negozi che abbassano le saracinesche prima del tramonto, famiglie che evitano le zone calde, comunità di immigrati che vivono con il timore costante di nuovi blitz. La politica discute di leggi e poteri straordinari, ma a pagare il prezzo più alto sono le strade e chi le abita.

Minneapolis, ancora una volta, diventa lo specchio di un’America divisa. Da una parte l’idea di sicurezza come forza, dall’altra la richiesta di diritti e garanzie. In mezzo, una città che rischia di essere schiacciata dal peso di una sfida più grande di lei, mentre la minaccia dei poteri speciali incombe come un’ombra lunga sull’inverno del Midwest.

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