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Libia in fiamme: ritorno in Italia per 100 connazionali, la CPI chiede l'arresto di Al-Masri

- di: Cristina Volpe Rinonapoli
 
Libia in fiamme: ritorno in Italia per 100 connazionali, la CPI chiede l'arresto di Al-Masri
La Libia torna al centro delle preoccupazioni internazionali. Dopo giorni di scontri violenti tra milizie rivali, con almeno sei morti e una trentina di feriti solo nell’ultima notte, la situazione è precipitata ulteriormente con una richiesta ufficiale della Corte Penale Internazionale: il procuratore capo Karim Khan ha chiesto l’arresto del generale Al-Masri, figura centrale nella sicurezza del governo di unità nazionale e membro di rilievo della milizia Radaa. L’accusa è pesantissima: crimini contro l’umanità, in un contesto in cui la frammentazione militare e il caos istituzionale favoriscono impunità e violenze sistemiche.

Libia in fiamme: ritorno in Italia per 100 connazionali, la CPI chiede l'arresto di Al-Masri

A testimoniare la gravità della situazione, l’evacuazione di circa 100 cittadini italiani che si trovavano a Misurata, molti dei quali impegnati in attività diplomatiche, imprenditoriali o missioni di cooperazione. Il gruppo è rientrato in Italia nella notte con un volo speciale atterrato a Roma. Tra loro anche personale della Presidenza del Consiglio e membri delle forze dell’ordine. Una misura straordinaria, decisa in poche ore, che segue l’allarme diffuso dalle Nazioni Unite per la recrudescenza degli scontri armati e per il possibile collasso delle strutture di sicurezza nella capitale.

Manifestazioni e scontro istituzionale


Tripoli è stata teatro anche di proteste popolari. Decine di manifestanti, ritenuti vicini alla milizia Radaa, si sono radunati ieri sera per chiedere apertamente la caduta del governo guidato da Abdel Hamid Dbeibah. È una sfida politica diretta, che si sovrappone al conflitto tra fazioni armate e rischia di portare al collasso un equilibrio già fragile. L’opposizione interna al premier di unità nazionale si rafforza, mentre il governo fatica a controllare i quartieri periferici della capitale, dove sono le milizie ad esercitare il potere reale.

Il mandato della CPI e le reazioni

La richiesta della CPI di arrestare Al-Masri rappresenta un punto di rottura. La corte dell’Aia lo accusa di essere coinvolto in numerosi episodi di repressione, torture e omicidi extragiudiziali. È un atto che mette in difficoltà tanto Dbeibah, che si è avvalso della sua collaborazione per mantenere l’ordine, quanto le cancellerie occidentali, chiamate ora a scegliere se sostenere un governo che rischia di diventare complice per omissione. Non è chiaro se le autorità libiche daranno seguito alla richiesta del tribunale internazionale. Il rischio è che l’arresto venga percepito come un’aggressione esterna, riaccendendo nazionalismi e spinte anti-occidentali.

ONU in allerta: rischio crisi umanitaria

Le Nazioni Unite hanno lanciato un nuovo appello alla comunità internazionale: la situazione rischia di degenerare in una crisi umanitaria se non si interviene subito. La scarsità di medicinali, l’instabilità elettrica e l’insicurezza alimentare minacciano le fasce più vulnerabili della popolazione. L’ONU teme inoltre che il conflitto si allarghi ad altre città strategiche della costa mediterranea, compromettendo anche le rotte migratorie e i fragili accordi con l’Unione Europea per il controllo dei flussi.

L’ombra lunga della destabilizzazione

La Libia si conferma epicentro di una instabilità regionale con ripercussioni globali. Le tensioni odierne sono figlie di un conflitto mai realmente risolto, dopo la caduta di Gheddafi nel 2011. Le divisioni tribali, l’ingerenza straniera e l’assenza di un’autorità legittimata a livello nazionale hanno generato un contesto di guerra diffusa e violenza strutturale. L’azione della Corte Penale Internazionale segna un passaggio importante, ma potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio se non accompagnata da una strategia politica condivisa. Intanto, l’Italia chiude il capitolo Misurata e guarda con preoccupazione al futuro del Nord Africa.
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