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GB, Jenrick molla i Tory: Farage incassa il colpo dell’anno

- di: Bruno Legni
 
GB, Jenrick molla i Tory: Farage incassa il colpo dell’anno
Jenrick molla i Tory: Farage incassa il colpo dell’anno

Una cacciata lampo, una foto accanto a Nigel Farage e la destra inglese entra in modalità resa dei conti.

(Foto: Nigel Farage, il nazionalista britannico che si è fatto un partito tutto suo, estremista e in difesa della Brexit).

È una di quelle giornate in cui Westminster sembra scritta da un romanziere in vena di colpi di scena. Il 15 gennaio 2026 la leader conservatrice Kemi Badenoch mette fine, con un messaggio pubblico, al ruolo di Robert Jenrick nel governo ombra: siluramento immediato e accusa pesantissima, quella di aver lavorato sottotraccia per passare a Reform UK, il partito guidato da Nigel Farage.

Nelle ore successive la scena cambia, ma non il rumore: Jenrick appare in conferenza stampa proprio accanto a Farage e ufficializza la defezione. Il messaggio politico è netto: per lui, i Conservatori non sarebbero più in grado di reggere il volante del Paese, e la risposta starebbe nella forza che da anni intercetta la rabbia su identità, confini e immigrazione.

“Rispetto Badenoch, ma non mi fido più dei Conservatori: non sono adatti allo scopo”, è il senso della linea fatta trapelare dal neo-acquisto di Reform, insieme all’invito a convergere sul leader che promette la svolta.

Per i Tory non è soltanto un addio: è un addio che brucia. Jenrick, falco sui dossier dell’immigrazione e volto riconoscibile dell’ala dura, era arrivato a sfidare Badenoch nella corsa alla leadership e aveva perso solo alla fine. Ora la rottura diventa pubblica, drammatica, e soprattutto contagiosa: perché avviene in un momento in cui la destra britannica appare come un campo aperto, con l’elettorato in movimento e un partito storico che fatica a ritrovare una narrativa coerente dopo anni di turbolenze.

Badenoch rivendica di aver agito su basi “chiare” e “inconfutabili”, parlando di un presunto lavoro segreto per danneggiare i Conservatori dall’interno. La versione politica che filtra è quella di un tradimento pianificato, non di un cambio di idea maturato all’improvviso. E la scelta di anticipare la mossa, col siluramento prima dell’annuncio ufficiale, suona come un tentativo di rimettere ordine nel racconto e di trasmettere fermezza.

Dall’altra parte, Farage si prende la scena con la soddisfazione di chi vede avverarsi una profezia: la “fine” dei Conservatori come forza dominante a destra. Nella sua strategia c’è un calendario, e non è secondario: l’orizzonte delle elezioni amministrative del 7 maggio 2026, appuntamento che può trasformarsi in una vetrina nazionale e in un acceleratore di ulteriori passaggi di campo.

Il punto politico è semplice e spietato: quando un partito percepisce odore di vittoria, diventa calamita. E se l’idea di Reform è presentarsi come il solo argine “vero” all’immigrazione illegale, ogni volto con pedigree istituzionale aumenta credibilità e peso mediatico. Per questo l’arrivo di Jenrick vale più di un singolo seggio: è un trofeo, un segnale al mercato elettorale e, soprattutto, un messaggio interno a chi nei Tory sta pensando la stessa strada.

Non è un caso che in queste settimane si parli di un flusso continuo di ex figure conservatrici finite o in via di ricollocazione nell’orbita di Farage. Il nome più citato negli ultimi giorni è quello di Nadhim Zahawi, ex titolare di incarichi ministeriali e per un periodo anche cancelliere dello Scacchiere: l’ennesimo tassello di una migrazione che non sembra più episodica.

In questo derby a destra entra anche Downing Street. Il premier laburista Keir Starmer prova a capitalizzare la crisi degli avversari: da un lato descrive i Tory come una forza allo sbando, dall’altro punta il dito contro Farage accusandolo di riciclare protagonisti di stagioni politiche che avrebbero lasciato danni profondi. È un gioco di specchi utile al Labour: se la destra si divide, il centro di gravità elettorale può spostarsi; se però l’antipolitica si rafforza, la battaglia si complica.

Lo scossone ha anche un risvolto interno: l’autorità di Badenoch viene messa alla prova proprio nel momento in cui dovrebbe compattare, non inseguire. E la sua frase, in sostanza, è una chiusura netta: ora Jenrick diventa un problema di Farage. Ma la domanda che rimbalza tra deputati e attivisti è un’altra: quanti altri “problemi” stanno già preparando la valigia?

Il Regno Unito, intanto, osserva con un misto di stanchezza e curiosità. Il Paese ha vissuto anni di psicodrammi politici, fratture interne e cambi di rotta. Questa nuova esplosione nel campo conservatore aggiunge un capitolo: non è più soltanto una crisi di leadership, è una competizione aperta per la proprietà della destra britannica, tra un partito storico che prova a sopravvivere e un movimento che vuole sostituirlo.

La defezione di Robert Jenrick è quindi un atto politico e un test di sistema: misura la fragilità dei Tory, la capacità di Nigel Farage di trasformare consenso in struttura, e la possibilità per Keir Starmer di governare mentre l’opposizione si riscrive. La scadenza di maggio incombe: e la sensazione, oggi, è che la storia non abbia ancora finito di accelerare.

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