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Export Made in Italy +3,1%: l’Italia regge, ma dove cresce davvero nel 2025?

- di: Anna Montanari
 
Export Made in Italy +3,1%: l’Italia regge, ma dove cresce davvero nel 2025?

C’è una notizia che vale più di tanti slogan sul “Paese che riparte”: nei primi 11 mesi del 2025 l’export del Made in Italy è cresciuto del 3,1%. Non è un numero da addetti ai lavori, è un segnale concreto: significa che l’Italia continua a vendere all’estero, cioè continua a produrre, a competere, a tenere aperti canali commerciali mentre il mondo si irrigidisce. E infatti l’Ice, commentando i dati Istat, parla di “resilienza” in un contesto globale complesso, segnato da conflitti bellici, tensioni commerciali, dazi e da un cambio euro-dollaro sfavorevole.

Export Made in Italy +3,1%: l’Italia regge, ma dove cresce davvero nel 2025?

La domanda vera, però, non è solo “quanto esportiamo”, ma dove stiamo crescendo davvero. Perché questa fotografia racconta un’Italia doppia: da una parte i settori che accelerano e diventano traino; dall’altra i mercati che rallentano e rendono più difficile la corsa fuori dall’Europa. In mezzo, c’è la realtà di milioni di famiglie e lavoratori che vivono dentro un’economia che non è uniforme: alcuni comparti corrono, altri faticano, e questo cambia il lavoro, i territori e le opportunità.

La lettura Ice: resilienza in un mondo complicato
Il primo elemento che emerge dalla lettura dell’Ice è la cornice internazionale. Il +3,1% non arriva in un anno “facile”, ma in un periodo in cui l’export deve fare i conti con una combinazione di fattori che rendono tutto più costoso e instabile: guerre, frizioni commerciali, dazi e un euro-dollaro sfavorevole. Tradotto: vendere fuori non è solo questione di qualità del prodotto, ma di capacità di stare dentro catene logistiche più fragili e mercati più nervosi.

In questo quadro, la crescita dell’export è una prova di resistenza del sistema produttivo. Significa che molte imprese hanno mantenuto clienti e ordini, hanno difeso quote di mercato, e in alcuni casi hanno trovato nuove strade. Ma il dato è anche un avviso: la competitività italiana non può più basarsi solo su reputazione e tradizione. Serve struttura, innovazione e capacità di reggere shock esterni che ormai sono diventati la normalità.

Novembre piatto, ma c’è un motivo: “una grande nave”
Nel solo mese di novembre 2025, rispetto a novembre 2024, l’export in valore risulta pressoché stazionario: -0,1%. Un dato che, letto senza contesto, potrebbe sembrare una frenata. Ma l’Ice spiega che l’andamento è influenzato dalla vendita di una grande nave avvenuta a novembre 2024 e non ripetuta nel 2025.

Questo dettaglio conta, perché mostra quanto alcune operazioni straordinarie possano spostare la percezione del trend. E infatti, al netto di quella componente, l’Istituto stima una crescita tendenziale di +0,7%. In sostanza: il mese non è “fermo”, ma condizionato da un confronto particolare. È un modo per dire che la traiettoria resta positiva, anche se meno brillante.

Ue in crescita, extra-Ue in calo: il baricentro si sposta
Il risultato complessivo dell’export italiano è frutto di due dinamiche che vanno in direzioni opposte: da un lato una crescita verso i mercati dell’Unione europea (+2,6%), dall’altro una riduzione delle esportazioni verso i mercati extra Ue (-2,8%).
Questa spaccatura racconta una cosa semplice: quando il mondo fuori dall’Europa diventa più incerto, l’Italia tende a consolidare dove il terreno è più stabile. L’Ue resta il mercato più prevedibile, quello con regole condivise e minori barriere. Fuori, invece, pesano di più le tensioni commerciali e la volatilità globale. È una fotografia che interessa anche il consumatore medio perché ha un effetto a catena: se l’extra-Ue rallenta, alcune filiere che lavorano molto sull’export globale possono trovarsi a ricalibrare produzione e investimenti.

Farmaceutica locomotiva, ma non è sola: metalli e agroalimentare spingono
Il cuore della “ricerca” Ice è nella mappa dei settori che stanno trainando il Made in Italy. Qui il dato più forte riguarda la farmaceutica, che “si conferma la vera locomotiva” con un +30,9% nei primi undici mesi dell’anno e un +6,1% a novembre 2025 rispetto a novembre 2024. Per l’Ice questo risultato testimonia l’eccellenza e la competitività delle imprese italiane in un comparto ad alto valore aggiunto.
Accanto alla farmaceutica, arrivano altri segnali solidi: i metalli di base e prodotti in metallo crescono dell’+8,4% nei primi undici mesi e segnano un +17% a novembre. I mezzi di trasporto esclusi autoveicoli salgono del +10,7% nei primi undici mesi, pur con un novembre in calo (-8,2%). E il comparto agroalimentare continua la marcia con un +4,9%, consolidando la reputazione del food & beverage italiano nel mondo.
Questi dati non sono solo numeri: indicano dove l’Italia sta costruendo la propria forza nel 2025.

Da una parte l’alta specializzazione (farmaceutica), dall’altra comparti industriali diffusi (metalli) e settori identitari che restano centrali (agroalimentare). È un mix che racconta un Paese ancora manifatturiero, ma con punte di eccellenza che possono cambiare il profilo dell’economia nazionale.
La sfida, ora, è trasformare questa resilienza in un vantaggio stabile: proteggere le filiere che tengono, rafforzare quelle che crescono, e soprattutto non lasciare che la geografia dell’export diventi un rischio. Perché se l’Europa regge ma il resto del mondo rallenta, la domanda non è più “quanto esportiamo”, ma quanto siamo pronti a competere nel prossimo shock globale.

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