Eni citato in giudizio: sapeva dei danni al clima, ma è andata avanti nella sua politica

- di: Redazione
 
Questa volta l'Eni non è solo obiettivo di accuse e dichiarazioni, spesso respinte come fastidiose punture di spillo sulla corazza della propria potenza economica. Questa volta il contendere si sposta sul piano giudiziario e, se le ragioni di chi ha citato l'Eni dovessero essere accolte dalla magistratura, il prezzo da pagare sarebbe altissimo, sia in termini economici che, forse, soprattutto politici, visto il peso che l'ente ha ormai acquisito.

Eni citato in giudizio: sapeva dei danni al clima, ma è andata avanti nella sua politica

A muovere pedoni, torri, alfieri re e regina contro Eni sono stati la branca italiana di Greenpeace, ReCommon e dodici cittadini che hanno intentato una causa civile sia nei confronti dell'Eni, ma anche verso il Ministero dell’Economia e delle Finanze e Cassa Depositi e Prestiti, che, da azionisti, hanno un peso determinante nelle scelte strategiche dell'Eni. Per Greenpeace e ReCommon, che hanno affidato ad una nota congiunta, le motivazioni della loro azione, alla base della denuncia, in sede civile, ci sono i danni, passati e futuri, di natura patrimoniale e no, derivanti dai cambiamenti climatici sui quali Eni avrebbe una significativa responsabilità, vecchia di decenni e, soprattutto, nella consapevolezza delle conseguenze che sarebbero derivate sul clima. Ad essere investito del compito di verificare la fondatezza della denuncia è il Tribunale di Roma, che, laddove dovesse accertare una qualsivoglia responsabilità di Eni in merito alle accuse, dovrà indicare come i comportamenti attribuiti abbiano impattato sull'esistenza di tutti e sui diritti di ciascuno, a cominciare da quelli alla salute e a una vita normale.

Come sempre accade, in casi del genere, la denuncia non chiede solo l'accertamento dei danni, con quel che ne consegue sul piano economico (leggi, risarcimenti), ma anche l'imposizione a Eni di una completa revisione delle proprie strategie, con l'obiettivo di ridurre entro il 2030 le sue emissione di almeno il 45% rispetto ai livelli del 2020. Nella denuncia, come ovvio, vista la materia, ampio spazio viene dato a considerazioni di carattere ambientalistico e scientifico. Ma non meno importante è l'attacco alle politiche portate avanti dall'Eni dell'era Descalzi, iniziata esattamente nove anni fa e che sembra destinata a proseguire, nonostante le critiche che, spesso, si sono addensate sull'operato dell'ad, dove ''d'' sta per delegato e non per ''dominus'', quale forse egli si ritiene. E i presentatori della denuncia lo dicono chiaramente, quando affermano che la scelta di Eni di continuare a investire nel business del fossile è da intestare a Descalzi che, confermato nel suo incarico da parte del Ministero dell'Economia e Finanze, rende il governo ''complice di scelte che aggravano la crisi climatica''. Si capisce bene, per quel che si può intendere separando le affermazioni dalle oggettive finalità della denuncia, che è proprio Descalzi l'obiettivo dell'iniziativa giudiziaria. Sempre che lui intemnda curarsene.
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