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Energia, l’Italia resta tra i Paesi più cari d’Europa: un costo che pesa su famiglie e imprese

- di: Cristina Volpe Rinonapoli
 
Energia, l’Italia resta tra i Paesi più cari d’Europa: un costo che pesa su famiglie e imprese
Nonostante la fine della fase più acuta della crisi energetica globale, l’Italia continua a distinguersi per il costo elevato dell’energia elettrica. A pagare il prezzo di questa anomalia sono le famiglie, ma soprattutto le imprese, che si trovano a competere sul mercato europeo partendo da una posizione di svantaggio. Le ragioni di questo divario vanno cercate non solo nella struttura del mercato italiano, ma anche in scelte politiche e industriali che hanno favorito pochi soggetti a scapito della collettività.

Energia, l’Italia resta tra i Paesi più cari d’Europa: un costo che pesa su famiglie e imprese

L’Italia produce ancora quasi il 45% della sua energia elettrica usando il gas naturale, una quota decisamente più alta rispetto ad altri grandi Paesi europei. La Francia, ad esempio, si affida per circa il 65% al nucleare, garantendosi un prezzo stabile e indipendente dai mercati fossili. La Spagna ha raggiunto nel 2023 quasi il 50% di produzione da fonti rinnovabili, grazie a politiche di lungo periodo che hanno favorito l’eolico e il fotovoltaico. In Italia, invece, la transizione energetica procede lentamente, frenata da una burocrazia elefantiaca e da una pianificazione industriale che ha privilegiato le soluzioni temporanee.

Un mercato che premia il più caro

Il prezzo dell’elettricità all’ingrosso in Italia viene determinato dal meccanismo del “marginal price”: il costo finale è quello della fonte più cara necessaria a coprire la domanda. Nella maggior parte delle ore della giornata, questa fonte è il gas. Il risultato è che anche quando una parte dell’energia proviene da fonti più economiche, come le rinnovabili, il prezzo rimane alto. Nel 2024, il prezzo medio in Italia si è aggirato attorno ai 109 euro per megawattora, contro i 60 euro della Francia e i circa 75 euro della Spagna. Un divario che pesa in modo crescente sulle aziende manifatturiere e sul comparto produttivo in generale.

Oneri di sistema e voci opache in bolletta

A rendere ancora più salata la bolletta italiana sono le voci “invisibili” che si nascondono nella sezione degli oneri di sistema. Qui confluiscono spese che nulla hanno a che vedere con la fornitura diretta di energia: dalla dismissione delle centrali nucleari agli incentivi per il trasporto ferroviario elettrico, fino ai contributi per sostenere le rinnovabili. Oneri che in altri Paesi vengono spesso coperti dalla fiscalità generale o ridistribuiti in modo più equilibrato tra operatori, enti pubblici e consumatori.

I grandi operatori delle rinnovabili devono fare la loro parte

Uno degli aspetti più controversi è il ruolo dei grandi operatori delle energie rinnovabili. In Italia, colossi internazionali gestiscono parchi eolici e fotovoltaici su migliaia di ettari, pagano affitti ridicoli, godono di agevolazioni fiscali e incassano incentivi pubblici, ma non contribuiscono in modo proporzionato al sistema. I costi della rete, della manutenzione e del bilanciamento del sistema elettrico finiscono oggi sulle bollette di famiglie e piccole imprese. Un meccanismo squilibrato, che alimenta nuove disuguaglianze.

Se vogliamo davvero rendere giusta e sostenibile la transizione energetica, è necessario che chi trae enormi profitti da questo cambiamento inizi a contribuire ai costi collettivi. Non è più tollerabile che la trasformazione del sistema energetico ricada interamente sulle spalle di cittadini e imprese locali, mentre chi detiene gli impianti accumula profitti miliardari.

La transizione energetica non può essere solo verde: deve essere anche equa. Altrimenti, continuerà a produrre le stesse disuguaglianze che dice di voler combattere.
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