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Se la paura del contagio alimenta il distacco dalla politica

- di: Diego Minuti
 
Sino al varo del Governo Draghi il tema principale del centrodestra - ripetuto quotidianamente a ritmo martellante - era che la democrazia italiana aveva un vulnus evidente, ovvero (a detta dei vari Salvini, Meloni, Tajani, Bernini e anche altri) che non si permettesse alla gente di esprimere le sue idee con il voto. Un'opinione che oggi raccogliere il consenso solo da Fratelli d'Italia, che continua a battere su questo punto, che però cozza contro l'architettura costituzionale che il Paese s'è dato e che non contempla il ritorno alle urne solo perché i sondaggi spingono una forza politica e non più un'altra.

Ma le strade della politica sono tante e nessuno può vietare di batterle per cercare di capitalizzare il consenso, vero o presunto, o aumentarlo. Ma, tra tante dichiarazioni che si sono accavallate ("Nonostante la pandemia, si vota ovunque, in Europa, solo agli italiani si vieta di farlo", era la frase ricorrente, come se le scadenze elettorali siano un concetto elastico), non ce n'è stata una, più recente, che abbia commentato il dato elettorale del Portogallo dove, alle elezioni del presidente della repubblica tenutesi a gennaio, ha votato il 60% degli aventi diritto.

I portoghesi, a chi ha chiesto il perché non siano andati massicciamente a votare, hanno confessato d'avere avuto paura di contagiarsi di Covid-19. Una risposta - pressoché la stessa data da chi non si è recato alle urne, tra i quali comunque ci sono stati coloro che hanno disaffezione verso la politica - mette in discussione la volontà dell'elettore di esprimere la sua preferenza perché condizionata dalla paura della pandemia.
Come spiegato da un analista, il Covid-19 allontanando i cittadini dalle urne, rischia di fare una nuova vittima: la democrazia.

Una presenza immanente, la paura, che in Italia i politici, per quanto riguarda il loro futuro elettorale, sembrano avere messo da parte almeno per il momento, ma con cui dovranno fare i conti perché non potranno fare finta che la pandemia non sia entrata, a pieno titolo, del dibattito quotidiano del futuro dei Paesi che ne sono stati investiti.
Come ha detto Marie Guévenoux, vicedirettore generale de La République en Marche, il partito del presidente francese Emmanuel Macron, intervenendo ad un dibattito che ha affrontato anche il tema delle prossime scadenze elettorali transalpine, "I rappresentanti politici che sceglieremo saranno quelli che penseranno e costruiranno la ripresa, il mondo famoso dopo. L'argomento è troppo cruciale perché la scelta dei leader possa essere lasciata ad altri, per impostazione predefinita. Con l'avvicinarsi delle elezioni in Francia, non possiamo fingere che il Covid non esista. Anche noi siamo duramente colpiti dalla crisi e stiamo cercando di reinventare la vita politica e militante, di reinventarci, a volte di fretta".

Una riflessione che può trovare attenzione anche in Italia dove, sino a ieri, e non si parla di contenuti, ma di forma, la politica era fatta di incontri, dibattiti in presenza, contatti fisici che oggi non ci possono essere più. Come ha insegnato, negli Stati Uniti, Joe Biden che ha cancellato eventi pubblici, parlando ai suoi elettori da casa. Una realtà con cui bisognerà confrontarsi e che non si può pensare ricorrendo alla comunicazione via social, che pure tanto ha contribuito a fare le fortune di qualche movimento. Quando finirà l'emergenza, la gente si riapproprierà dei propri spazi, ed in essi anche di quelli della politica che, da un anno a questa parte, sono stati schermati dalla paura del contagio. Almeno c'è da augurarselo.
Come c'è da sperare che la gente sappia distinguere la fondatezza di quello che viene veicolato in rete, dove la manipolazione della realtà ha consentito a mediocri personaggi di ergersi a giganti della politica.
Ma anche i giganti crollano, se hanno i piedi d'argilla.
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