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La de-carbonizzazione della filiera automotive: un'opportunità anche per i componentisti

- di: Gianluca Di Loreto (Partner, Bain & Company Practice Automotive) e Andrea Isabella (Partner, Bain & Company Practice Industrial / ESG)
 
Da qualche anno ormai l’industria automotive è oggetto di accese discussioni sulla necessità di contribuire alla riduzione dei livelli di inquinamento per combattere il cambiamento climatico. L’automobile è ormai vista da molti solo come un oggetto che inquina, sovente senza una piena consapevolezza dei numeri relativi alle emissioni. Il settore del trasporto su gomma, secondo diverse fonti, rappresenta circa l’11,9% delle emissioni globali di gas serra, e circa il 16-18% delle emissioni globali di CO2; all’interno di questi valori il settore delle auto, uno dei più regolamentati, vale circa la metà, ovvero tra il 6 ed il 10% delle emissioni globali, a seconda del dato che si prende a riferimento.

Le auto che usiamo tutti i giorni non sono quindi il contributore principale alle emissioni di gas serra, ma sono giustamente chiamate a fare la loro parte nella riduzione complessiva delle emissioni. Il clima non aspetta, ed è giusto che tutti i settori, dal riscaldamento delle nostre abitazioni fino alle industrie ed alle automobili, diano il proprio contributo, senza attardarsi troppo su “chi debba iniziare per primo”. Da questo punto di vista l’industria dell’auto ha fatto passi da gigante, sia nella ricerca di una maggiore efficienza dei motori endotermici (un motore Euro 6d di ultima generazione ha emissioni di CO2 e NOx nell’ordine di una frazione rispetto ai vecchi motori Euro 1-2 o anche solo rispetto ad un Euro 43 di pochi anni fa, come peraltro previsto dalle normative europee sulle emissioni) sia nello sviluppo di auto a trazione alternativa, prima tra tutte la trazione elettrica.

Ma si può fare ancora di più, non solo con riferimento ai motori, che rappresentano ovviamente un fattore rilevante, ma anche in relazione alle modalità di produzione sia delle auto sia dei singoli componenti che le costituiscono, ossia a tutto ciò che sta a monte dell’automobile come prodotto finito. Dal punto di vista mediatico le opportunità di de-carbonizzazione derivanti dal processo produttivo dei componenti sono spesso sacrificate sull’altare della sola discussione sui motori. Tuttavia la riduzione delle emissioni nel processo produttivo rappresenta, per i costruttori e per i componentisti della filiera, una incredibile opportunità non solo a livello “socio-ambientale”, ma anche a livello economico. Uno studio che abbiamo realizzato di recente conferma che, se gestite correttamente, le iniziative ESG4 nella filiera automobilistica possono avere, con riferimento all’Environment, dei ritorni economici positivi. Elemento non trascurabile perché i Clienti (intesi sia come chi acquista le auto sia come chi investe nel settore) cercano sempre di più di acquistare prodotti e servizi di mobilità da chi ha fatto della sostenibilità ambientale uno dei propri obiettivi strategici. I componentisti sono infatti sempre più sotto pressione da parte degli Enti regolatori (es. accordi di Parigi), delle Case Auto (il 50% dei principali Costruttori ha già dichiarato il proprio obiettivo di carbon neutrality), dei concorrenti (alcuni player hanno già raggiunto quota “Net Zero”) e degli investitori; con riferimento a questi ultimi in particolare, sia i Fondi di investimento sia le Società sia gli stessi investitori privati sono sempre più attenti al rispetto delle tematiche ESG da parte dei supplier automobilistici.



E il punto di vista degli Azionisti è spesso sottovalutato dalle aziende della filiera che non sono quotate o che hanno una compagine azionaria di tipo famigliare. Tutte queste aziende hanno di fatto a disposizione due macro-ambiti di intervento, i cosiddetti “Scope 1” e “Scope 2”:

Scope 1 (Diretto): Emissioni alteranti generate direttamente dai processi produttivi dell’azienda di componenti (Tier 1); vi rientrano ad esempio le emissioni dirette degli impianti, come i sistemi di raffreddamento o di riscaldamento
• Scope 2 (Indiretto): Emissioni generate da chi fornisce l’energia al componentista, qualora questa non sia di origine pulita/ green; l’acquisto di energia pulita contribuisce ad abbattere le emissioni di questo secondo ambito.

La pressione sui componentisti da parte delle Case Auto deriva dal fatto che i supplier ricadono di fatto nelle emissioni di Scope 3 dei Costruttori, ovvero quelle che non sono direttamente gestite dalle Case Auto ma che attengono invece alla loro filiera a monte. Fanno quindi parte di un eco-sistema che si deve muovere in modo coerente verso gli obiettivi di de-carbonizzazione, e ogni azienda della filiera è chiamata nei prossimi anni a dire la propria, direttamente o indirettamente, mettendo in pratica un piano credibile di riduzione delle emissioni nocive.

Ma per le aziende del settore la novità, che in prima battuta può sembrare contro-intuitiva, è che il rispetto dell’ambiente non è necessariamente un mero costo (peraltro doveroso) ma può essere trasformato in una reale opportunità di sviluppo per la filiera. Per un automotive supplier le iniziative a riduzione delle emissioni nocive possono infatti essere classificate in 3 categorie: efficienza energetica (quanto bene riesco a produrre), utilizzo di energia verde (come acquisto l’energia che mi serve) e contribuzioni volontarie (come ad esempio l’acquisto di “certificati verdi”). Tra queste, secondo il nostro studio è proprio la prima, che attiene alle tecniche di produzione, quella che ha i ritorni attesi più elevati. Esistono infatti diverse iniziative che consentono non solo di recuperare l’investimento iniziale, ma anche di ottenere benefici duraturi sul piano economico; pensiamo ad esempio all’ottimizzazione dei processi, ai sistemi di illuminazione degli impianti, al recupero dell’energia consumata, all’ottimizzazione delle operazioni di manutenzione o allo stesso layout dell’impianto. Queste iniziative di efficienza energetica in alcuni casi possono generare un ritorno sull’investimento anche superiore al 20- 30%.

Di conseguenza circa la metà delle emissioni complessive può essere eliminata con un business case positivo. Ovviamente ciascuna azienda ha un proprio profilo di emissione (in funzione della tipologia di componente che produce) e quindi deve fare le proprie riflessioni sulle iniziative di riduzione delle stesse, ma nell’ambito dei nostri lavori nel settore automobilistico e industriale sono già numerosi i casi di aziende che hanno applicato questi princìpi e ottenuto ritorni interessanti. Il punto fondamentale è partire da una analisi delle emissioni generate dai propri stabilimenti; questa verifica può portare all’attribuzione di un rating oggettivo, elaborato con il supporto di società specializzate, che l’azienda può eventualmente utilizzare anche nei confronti dei propri clienti e azionisti per dimostrare il proprio impegno per il rispetto dell’ambiente. In sintesi, de-carbonizzare il settore automotive non significa solamente far evolvere le tecnologie di trazione, ovvero i motori, ma anche impegnarsi in un percorso più completo di riduzione delle emissioni anche a monte della catena produttiva, coinvolgendo i componentisti fino alle fasi iniziali del processo produttivo attraverso uno schema che tenga conto delle diverse tipologie di emissioni. Non solo è possibile farlo, ma in molti casi è anche conveniente farlo, qualora il beneficio ambientale indiretto non sia, da solo, sufficiente a giustificare un investimento di fronte ai propri azionisti. La filiera italiana dell’auto, che rappresenta una quota importante del PIL italiano, ha la possibilità di distinguersi ancora una volta rispetto ai concorrenti esteri non solo per quanto riguarda la qualità del prodotto, ma anche per la qualità, dal punto di vista ambientale, del processo produttivo. Se si parla di ambiente e di emissioni, ogni tanto vale quindi la pena allargare un po’ lo spettro e fare innovazione andando però oltre la sola automobile.
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