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Double fantasy - Ola Czuba e Milica Cirovic, insieme per una riflessione sulle tematiche di genere

- di: Redazione
 
Due artiste due visioni distinte della realtà, con le loro opere, le une accanto alle altre, non per un confronto, ma per aprire la mente di chi le guarda su orizzonti differenti, dove le immagini conquistano l’attenzione, conquistandola e quasi costringendola a seguire un percorso che è, insieme, di provocazione e approfondimento. Milica Cirovic ed Ola Czuba, serba la prima, polacca la seconda, entrambe trentaseienni, con “Double fantasy” (questo il titolo della loro mostra, visibile sino al 7 marzo nello spazio espositivo Casa Vuota, a Roma)  hanno dato vita ad un progetto unitario, si legge nella presentazione dell’evento, “immagini e visioni stranianti si affastellano, attivando una riflessione corale su tematiche identitarie, femministe e di genere”.

Come scrive Gaia Bobò, curatrice della mostra, “Double fantasy è un percorso di apparizioni e visioni allucinatorie, in cui la pretesa di coerenza e linearità identitaria si disgrega nella narrazione d una fluidità contraddittoria ed irregolare”. Due differenti sensibilità e quindi due “corpus di produzioni” che “intessono una mutualità simbiotica, assemblandosi come in un organismo unico”.  “Double fantasy” è ospitata a Casa Vuota, una casa dismessa trasformata in uno spazio che diventa anche una sfida per l’artista.

Dice Ola Czuba: “I lavori che presentiamo in ‘Double fantasy’ nascono dalla riflessione su concetti di intimità e identità, che determinano il nostro vissuto sin dall’infanzia. La casa -l’ambiente familiare - è spesso il primo luogo dove sviluppiamo la coscienza di noi stessi, prima ancora di avere un confronto con il mondo esterno”. Milica Cirovic confessa che, insieme ad Ola Czuba, in Casa Vuota è stata “guidata dallo spazio, dalla sua estetica, dalla sua storia, dalle tracce delle mostre precedenti. Abbiamo preso in considerazione il concetto di casa, della sua stratificazione e, in un certo senso, è stato lo spazio a scegliere le opere per noi. Identità e ruoli di genere, argomenti su cui lavoriamo entrambe, molto spesso nascono e si stabilizzano nelle nostre case. Per questo abbiamo sentito una certa naturalezza nel processo di ideazione della mostra”. In “Double fantasy” il tratto immediatamente caratterizzante è l’uso del corpo e la sua interazione con altri “corpi”. Come sottolinea Ola Czuba, che ribadisce come la sua “pratica performativa consiste nell’esecuzione di azioni concrete, con poco spazio per l’improvvisazione. La mia collaborazione con i performer si basa su una chiara presentazione delle finalità ed implicazioni che voglio esprimere attraverso il movimento”

Per Milica Cirovic la forma d’espressione si traduce in quella che chiama “ricerca sulla rappresentazione della forza maschile nella nostra società nel corso dei secoli”. Per questo, spiega, “nel mio lavoro mi trasformo in figure maschili interrogandomi su cosa siano gli uomini, o meglio di cosa siano fatti. Molte artiste femministe hanno posto questa domanda sulla figura femminile, ma la questione, rispetto al maschile, è stata indagata di meno”. L’artista serba è talmente convinta del suo ragionamento che aggiunge come  “l’immagine maschile è così centrale nella nostra cultura che, se osassimo toccarla, l’intera struttura inizierebbe ad incatenarsi e perderemmo il nostro senso di orientamento”. Un concetto che Ola Czuba approfondisce quando dice che “nutrendo da molti anni un profondo interesse per le problematiche femministe, dedico molto tempo nella mia ricerca e nello studio ad analisi della rappresentazione della figura femminile nell’arte visuale, con riferimento alla pittura ed al cinema”. Un approfondimento che l’ha portata alla videoinstallazione “Controtransfert” partendo dalla constatazione che in molti contesti, dalla filosofia orientale alla pittura moderna, “la figura femminile è associata ad una posizione orizzontale, mentre quella maschile è a una verticale”.  Significativa, tra le opere esposte da Milica Cirovic, è “See you in the obituary”, nella quale, spiega, “interpreto i criminali serbi emersi come modelli nel corso delle guerre jugoslave”, dando “all’immagine la vivacità e l’esuberanza balcanica di quegli anni, così come una vena kitsch”.

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