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L'alta Formazione Artistica e Musicale: il Conservatorio di musica "Santa Cecilia" di Roma. Intervista al direttore, maestro Roberto Giuliani.

- di: Francesco d'Alfonso
 

Il Conservatorio di “Santa Cecilia” è erede e depositario di una grande storia. Ancora oggi può essere considerato un modello per gli altri Conservatori d’Italia?
Più che un modello per gli altri conservatori credo debba essere considerato un punto di riferimento internazionale. A “Santa Cecilia” studiano ragazzi provenienti da oltre quaranta nazioni, che, soprattutto dall’Oriente, vengono in Italia per studiare l’opera lirica e la tradizione italiana canora e strumentale. In questi anni stiamo tentando di rafforzare la tradizione didattica del Conservatorio – in un paese che sta dimenticando sempre di più le proprie origini musicali – e i talenti dei nostri studenti, che spesso vediamo poi tra le prime parti di orchestre straniere, perché, purtroppo, in Italia le orchestre chiudono… 

Cosa spinge un ragazzo di oggi a iscriversi e a frequentare un Conservatorio di musica?
Sicuramente una passione che non fa i conti con i posti di lavoro e con le dinamiche economiche. Per questo motivo, credo che ai ragazzi che oggi decidono di studiare musica bisognerebbe offrire il massimo “confort” ambientale possibile – senza ovviamente transigere sulla preparazione – e occorrerebbe tutelarli, perché sono loro stessi delle opere d’arte: chi studia musica ha dentro di sé un tesoro che è per la collettività.

Oltre agli insegnamenti classici, cosa offre “Santa Cecilia”?
L’offerta è molto ampia: il Conservatorio ha naturalmente tutta la filiera degli strumenti classici dell’orchestra, oltre a canto e musica vocale da camera; ha poi un importante dipartimento di musica antica e uno di musica jazz. Negli ultimi anni è stata potenziata l’offerta dei master post diploma: ne abbiamo uno in Interpretazione della musica contemporanea, un altro in Improvvisazione coreutico-musicale, in collaborazione con l’Accademia Nazionale di danza e il Maxxi, finanziato dalla SIAE, uno in Canto, realizzato con il Conservatorio Nazionale Centrale di Pechino. Partirà quest’anno un master in Composizione di musica da film, ma abbiamo già un master assolutamente innovativo, Musica per videogame, che è unico in Europa: può sembrare strano che un’istituzione di tradizione come “Santa Cecilia” si occupi di videogame, ma siamo stati motivati dal fatto che il mercato di questo genere di musica è dieci volte superiore a quello della musica per film ed è quindi un ottimo sbocco occupazionale.

Lei è al secondo mandato di direzione. Su cosa sta puntando?
Anche grazie a una serie di straordinari collaboratori, ho puntato fin da subito alla riqualificazione del Conservatorio, anche dal punto di vista estetico: è un luogo in cui si studia il bello e quindi deve avere una sua dignità estetica. Poi la presenza nella città: sono state attivate una serie di stagioni musicali per far sì che il Conservatorio non sia autoreferenziale, ma possa proiettare i propri studenti nei teatri, nei palazzi storici, nelle chiese, nei musei, o anche nelle piazze. Per quanto riguarda l’aspetto internazionale, stiamo progettando l’apertura di sedi distaccate in Cina e Corea del Sud, i paesi, cioè, dai quali provengono la maggior parte dei nostri studenti stranieri. Infine – una cosa alla quale tengo molto – è l’intervento sociale del Conservatorio: oltre alle rassegne negli ospedali, in questi anni sono state attivate ulteriori iniziative in collaborazione con centri di ricerca medica e università, affinché tutto ciò che la musica può fare per chi sta male – non soltanto in termini di assistenza – diventi un vero e proprio modello scientifico.

Si parla spesso, oggi, di economia della cultura. Lei cosa ne pensa?
Le statistiche e i dati europei ci dicono che ogni euro investito in cultura ha un moltiplicatore molto alto, tra investimenti e prodotto. L’investimento nella cultura può certamente essere un motore economico per l’Italia, anche se la cultura non può essere misurata in termini solamente economici. D’altronde, un teatro non può essere autosufficiente, o un conservatorio non può essere “una macchina che fa soldi”, così come le scuole e gli ospedali. Ci vuole allora una politica lungimirante, perché l’investimento nella cultura, per lo Stato, ha un ritorno di altro genere: è un investimento nella formazione dei futuri cittadini, perché un paese che fa musica è più sano, più colto, più civile.

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