Chiuso per elezioni: in piena crisi economica, sociale e bellica il Parlamento se ne va in vacanza per due settimane per raggranellare voti

- di: Francesco Rinaldi
 
Da oggi il Parlamento italiano va in ferie. Formalmente chiude per elezioni, di fatto i nostri cari politici che si portano a casa una media di 17mila euro al mese se ne vanno in vacanza. Per carità, si tratterà pure di una prassi istituzionale (peraltro non regolamentata da norma alcuna) ma forse, e dico forse, non era esattamente il momento opportuno. Sapete com’è, c’è solo un Paese che va a rotoli: il nostro, che evidentemente non è il vostro. Ok, dovete fare campagna elettorale in vista delle elezioni del 12 giugno. Dovete tenere al caldo la poltrona, in altri tempi l’avremmo pure potuto capire. Ma con una guerra in corso, l’inflazione che galoppa manco fosse Furia cavallo del west, gli strascichi della pandemia, i contratti di lavoro fermi da anni, gli ospedali senza personale… Devo andare avanti? Ognuno ci può mettere ciò che più gli aggrada e che gli sta a cuore, perché ce n’è davvero per tutti i gusti e per tutte le tasche. E quelli che guidano la nave che fanno? Scendono a terra a farsi un giro. E ti dicono: è sempre stato così. Sarà pure, ma l’Italia non è sempre stata così, con il sedere per terra intendo. Magari uno strappo alla regola-non regola di chiudere i battenti perché dovete andare a raggranellare voti lo potevate pure fare per una volta, no? Pure se è prassi. Ci chiedete sempre sacrifici, pazienza, fiducia. Fatelo voi, non è così difficile lavorare pure quando è festa o quando in teoria non si dovrebbe. Noi, di qua dagli scranni parlamentari, lo facciamo ogni due per tre perché dobbiamo portare a casa la pagnotta.

E giuro: siamo ancora vivi e vegeti. Un po’ incacchiati ma vivi. Perché se uno c’ha da fare, ha una scadenza, un lavoro da portare a termine non si può certo stare a cincischiare di prassi. Si fa e stop. E voi c’avete da fa’. Eccome! Qualche esempio? Ci sarebbe la conversione del Decreto legge che ha accorpato referendum e amministrative, per dirne una. O le Commissioni Affari costituzionali e Commercio che non si riuniscono dalla scorsa settimana, e che a questo punto chissà quando lo faranno. E poi il Ddl sulla riforma del Codice degli appalti, che era stato approvato in Senato ma modificato dalla Camera che l’ha dovuto rimandare quindi al mittente. E in questo andirivieni i tempi sono strettissimi dal momento che il Decreto è legato a stretto giro col Pnrr, e deve quindi essere approvato improrogabilmente entro il 30 giugno. Per le Commissioni di Palazzo Madama peggio mi sento, visto che i senatori hanno addirittura chiesto di chiudere il 31 maggio, quindi hanno fatto spago da ieri. Poi vuoi che non ci sia qualche altra scartoffia urgente da discutere, approvare e firmare? Di quelle che noi, sempre di qua dallo scranno parlamentare, magari aspettiamo da tempo indeterminato per sbrogliare qualche matassa per noi vitale? Insomma, voglia di lavorà saltami addosso. Con tutti i nodi da sciogliere, tipo l’invio delle armi in Ucraina praticamente na cosuccia, i problemi da affrontare, tipo la Delega fiscale, le scadenze delle leggi da convertire e dei piani del Pnrr da rispettare (vedi sopra)… e che non te la vuoi fare na vacanzetta? “Serve a garantire che i parlamentari possano fare campagna elettorale sul territorio ed è una prassi che regola l’equilibrio delle funzioni”, spiega il dem Stefano Ceccanti, costituzionalista ed esponente della Commissione Affari costituzionali di Montecitorio. Per 17mila euro al mese una prassi costosa. Uno sconto no?
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