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La Via della Seta, rischio o opportunità?

- di: Massimiliano Lombardo

Chissà se Marco Polo avrebbe immaginato che circa sette secoli dopo il suo avventuroso viaggio verso il Catai, spinto dalla ricerca di aprire nuove rotte commerciali per Venezia, il percorso sarebbe stato intrapreso a ritroso, e con i medesimi obiettivi, dal più autorevole rappresentante del moderno impero cinese. La storia di quella rotta, terrestre, marittima e fluviale, che alla fine del 1800 fu chiamata “via della seta”, affonda le radici in un passato ben più lontano, oltre 2000 anni fa, costituendo il percorso – bidirezionale, va detto – di scambio di merci, cultura e informazioni tra l’impero romano e quello cinese. Gli storici affermano che questi scambi commerciali e culturali furono importanti sia per lo sviluppo e il fiorire delle antiche civiltà dell’epoca (ne furono interessate non solo Roma e la Cina, i due terminali, ma anche l’Egitto, l’India e le altre civiltà di transito), sia per la trasmissione di conoscenze fino all’era medievale e moderna.
Non è purtroppo più tempo di egemonia economica e culturale di Roma o di Venezia, decisamente molto meno potenti ed influenti rispetto alle epoche di rispettivo splendore; al contrario, oggi è il dragone cinese a far paura per il rischio di estendere la propria egemonia anche nelle terre occidentali, così come sta facendo negli ultimi anni nelle zone d’Africa o d’Asia dove ha installato le proprie imprese e i propri capitali.
Questo è l’argomento principale dei detrattori di accordi bilaterali con la Cina, il rischio di essere colonizzati e depredati da una potenza economica (e militare) con la quale un piccolo Stato come l’Italia non può competere ad armi pari.
Allora questa osservazione, che paventa un rischio reale da tenere in conto, non può trascurare di mettere in luce le opportunità che si perderebbero chiudendo le porte. La Storia ha insegnato che qualunque Stato che si sia richiuso in sé stesso ha finito presto o tardi con l’essere sopraffatto, non tanto da una minaccia esterna, quanto dalla decadenza economica, culturale e sociale, che mina le fondamenta di una comunità dall’interno.
Non ha senso quindi, e sarebbe antistorico, chiudersi nei propri confini così come non ricercare di trarre il meglio da accordi bilaterali (o, ancor più preferibilmente, multilaterali); soprattutto nell’epoca della post-globalizzazione, dove Roma, Venezia, ma anche Parigi o Londra, sono poco più che un puntino sulla carta geopolitica mondiale e dove lo schema di gioco non è più quello classico di contrapposizione tra blocchi est/ovest.
Come un corso e ricorso storico, si torna a parlare nel 21° secolo di “Via della Seta”, che prende il nome più moderno di Belt and Road Initiative (BRI), e parte questa volta dalla Cina per arrivare sino al cuore dell’occidente, in Europa, attraverso una direttrice terrestre ed una marittima. Un ambizioso programma di infrastrutture ed investimenti, annunciato nel 2013 dal Presidente Xi Jinping, in cui il mezzo è lo sviluppo delle infrastrutture di trasporto e logistica ed il fine è la crescita del ruolo cinese nelle relazioni commerciali globali. La dotazione iniziale di 100 miliardi di dollari messa in campo dalla Cina è destinata ad aumentare, man mano che il progetto si delinea e prende corpo in iniziative concrete. Per comprendere l’importanza che la Repubblica Popolare Cinese attribuisce a questo progetto, basti pensare che nel 2017 lo ha inserito nella propria Costituzione quale “strumento di proiezione geopolitica della Cina”.
E’ evidente che per l’Italia restare fuori da un programma di questa portata sarebbe una scelta perdente, una sconfitta storica che accrescerebbe la marginalità del nostro Paese nello scacchiere internazionale. Ma occorre riflettere sul modo migliore per entrare a farne parte. 
Intanto è chiaro che la Cina non può che attuare l’iniziativa, per la parte europea (fondamentale in quanto terminale di scambio e mercato più ricco), con la collaborazione ed il partenariato degli Stati coinvolti, soprattutto quando si tratti di infrastrutture o investimenti in asset materiali, dato il sistema giuridico di protezione e tutela della concorrenza garantito dall’ordinamento comunitario; è un dato di fatto che l’Europa abbia peculiarità e condizioni di approccio ben differenti rispetto agli stati africani od asiatici in cui si sono dispiegati gli investimenti cinesi, con un esercizio di potere economico sovrastante e senza resistenze apprezzabili. Da noi le regole di gioco, almeno per entrare in partita, sono ben diverse.
Questo elemento dovrebbe essere adeguatamente considerato in fase di negoziato, per ottenere il migliore beneficio possibile; le parole chiave in questo caso sono unità e reciprocità.
Quanto all’unità, si palesa purtroppo anche in questa occasione il limite drammatico della disunione europea; la strategia di procedere in ordine sparso fa bene alla Cina ma non ai singoli Stati europei, dove la lezione del divide et impera non sembra sia stata compresa fino in fondo.
Quanto alla reciprocità, è un principio iscritto nell’ordinamento italiano e vigente a livello comunitario: la condizione di reciprocità, automatica nell’ambito dei rapporti tra cittadini ed imprese degli Stati membri, deve invece essere assicurata e regolata per trattato internazionale nei rapporti extra-UE. Si tratta di una condizione legale di efficacia che va giustamente pretesa all’interno di un accordo internazionale, al fine di ottenere reciproche possibilità e diritti, ad es. nel campo dell’apertura alla concorrenza o all’ingresso di capitali nei diversi Stati coinvolti. Quindi, qualsiasi memorandum o intesa non dovrebbe prescindere da un impegno chiaro al riconoscimento reciproco di pari diritti ed interessi per le rispettive imprese.
Se c’è una possibilità di contare qualcosa nel negoziato sulla Belt and Road Initative, è quella di coordinarsi in una strategia comune europea, commerciale e politica, sottraendosi alla tentazione di sostituire un rapporto organico con una realtà economica forte e di dimensioni comparabili, quale quella europea, con iniziative singole dei diversi Paesi, che per coltivare il proprio interesse nazionale (di cortile, date le dimensioni della partita e del campo di gioco) accrescono la propria debolezza ed il conseguente rischio di irrilevanza.
Gli investimenti cinesi in Europa ed in Italia sono già una realtà: da un rapporto Bloomberg dell’aprile 2018 risulta che la Cina ha operato un gran numero di acquisizioni negli ultimi dieci anni in diversi paesi europei: 227 in Gran Bretagna, 225 in Germania, 89 in Francia, 85 in Italia e 82 in Olanda.
Lo stesso vale per l’acquisizione di asset strategici come le infrastrutture portuali: a parte l’esempio del Pireo, acquistato in blocco, investimenti cinesi rilevanti sono stati eseguiti nel porto di Anversa e Zeebrugge in Belgio, di Marsiglia in Francia e di Rotterdam in Olanda.
Capitali cinesi sono entrati anche nelle aziende italiane: negli ultimi 5 anni 168 gruppi cinesi hanno investito in Italia, per un totale di 12,8 miliardi di euro, acquisendo partecipazioni sopra il 10% in 398 imprese, con 21.500 dipendenti e 12,7 miliardi di fatturato, ed in molti casi acquisendone il controllo (basti pensare a Pirelli).
La Cina è dunque più che mai vicina. Gli investimenti diretti esteri cinesi in Germania sono dello 0,75% del PIL, circa come in Italia, meno che in Olanda (1,4% del Pil), Irlanda (1,3%), Danimarca e Svezia (1,2%), molto più forte in Gran Bretagna (2,5%) e Finlandia (3,8%).
Alla luce di questi dati, i governanti dovrebbero fare tesoro di un detto, in voga nelle pratiche di mindfulness: non puoi fermare le onde, ma puoi imparare a cavalcarle.
Nel 1816, dopo aver ascoltato la relazione del primo ambasciatore inglese in Cina, Napoleone impressionato disse: «Quando la Cina si sveglierà, il mondo tremerà». Quella profezia si è ormai avverata, occorre che anche l’Europa, non solo l’Italia, si svegli, tenendo sempre a mente quanto diceva quel grande stratega di Giulio Cesare, che qualche buon risultato sul piano internazionale lo ottenne, “si non potes inimicum tuum vincere, habeas eum amicum”: se non puoi sconfiggere il tuo nemico, allora fattelo amico.

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