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Università "La Sapienza", l'arte di coniugare quantità e qualità

Un grande ateneo che, nonostante i tagli (sbagliati) dei fondi statali alle Università, non solo tiene nella fascia alta delle classifiche internazionali ma sale.
E punta sul campus europeo.


Rettore Gaudio, la Sapienza Università di Roma è il più grande Ateneo italiano e tra i più grandi in Europa: circa 113.000 studenti iscritti, 3.681 docenti. Una realtà complessa e articolata da governare. Un compito non facile. Qual è il suo stile di governo dell’Ateneo? Per uno studente frequentare un mega ateneo quali vantaggi offre e quali invece gli eventuali svantaggi?
Certamente Sapienza è una realtà complessa, una Università grande nei numeri e per la qualità della didattica della ricerca. Ma proprio questo è il suo punto di forza, perché consente interdisciplinarietà e trasversalità, team ricchi di competenze diverse e complementari che spaziano dalle neuroscienze all’informatica, dalla archeologia alla geodesia. Coniugare qualità e quantità e far sì che la quantità diventi motore per la qualità, è la nostra maggiore sfida, e richiede un impegno gestionale attento e forte. I vantaggi per gli studenti sono però evidenti: la possibilità di scegliere tra 270 corsi di laurea e altrettanti master che coprono tutti gli ambiti del sapere. D’altro canto gli Atenei di grandi dimensioni devono far fronte a criticità riconducibili a una macchina amministrativa complessa, ma Sapienza si è dotata da tempo di numerosi servizi per l’accoglienza, l’orientamento e il tutorato delle future matricole. 

La Sapienza, nelle indagini che vengono prodotte annualmente da vari istituti secondo fasce di grandezza delle università, si posiziona molto bene. In quella del Censis, che concerne soprattutto i servizi agli studenti, è al secondo posto, mentre nelle principali agenzie che valutano il ranking internazionale delle università, e che valutano principalmente la qualità scientifica, della didattica e della ricerca, ottiene ottime performance a livello generale e rientra tra le prime 20 università del mondo per alcune discipline. I ranking 2019 – riferiti all’anno 2018 – evidenziano peraltro un miglioramento della posizione internazionale rispetto all’anno precedente. Quali sono i problemi che vorrebbe superati per salire ancora più in alto?
È vero, Sapienza ottiene risultati indubbiamente confortanti. Ma nel complesso, l’Italia ha pochi ricercatori e la ricerca italiana è gravata da un eccesso di complessità procedurali e burocratiche. Superare questa criticità ci proietterebbe con maggiore forza in una dimensione europea e internazionale. La soluzione è aumentare gli investimenti in risorse e infrastrutture. Abbiamo proposto di finanziare l’ingresso di 10.000 giovani ricercatori in 5 anni e di reclutare personale tecnico-amministrativo qualificato (anch’esso sottodimensionato rispetto alla media europea). Per crescere in competitività occorre diminuire la burocrazia, che appesantisce e rallenta il funzionamento degli atenei, puntando a semplificazione organizzativa e procedimentale, senza sacrificare trasparenza, economicità e legalità: Sapienza sta facendo la sua parte, ma questo non può essere un percorso solitario.

Negli anni scorsi, complice anche la crisi economica, il numero degli iscritti nelle università italiane è sceso. L’investimento nell’istruzione mantiene certamente tutta la sua importanza in termini di qualità e di pienezza della propria vita. Ma il ritorno in termini economici di questo investimento a suo parere è aumentato o diminuito rispetto ai decenni scorsi? In altre parole, il gioco vale ancora la candela?
Investire in cultura e in conoscenza, non è solo una grande chance di emancipazione per i giovani, è la risposta migliore alla crisi di oggi e all’incertezza del futuro. Citando Benjamin Franklin, scienziato e statista illuminato, “il rendimento dell’investimento in conoscenza è il più alto di ogni altro investimento”. AlmaLaurea, il consorzio interuniversitario che ogni anno raccoglie il profilo e la condizione occupazionale dei laureati italiani, conferma che le persone più istruite hanno minori difficoltà nel trovare un lavoro, hanno carriere meno frammentate e salari più elevati. Aggiungo che i report sottolineano come nessuna leva di laureati è confrontabile a quelle recenti dal punto di vista dello sviluppo delle competenze e delle performance.

Rispetto al passato, anche recente, le università sono cambiate non poco. A suo parere cosa deve garantire oggi a un giovane un’università? E cosa garantisce, in termini di servizi e opportunità, la Sapienza?
Il primo dovere di ogni università è quello di garantire il diritto allo studio. Perché questa affermazione non resti teoria, Sapienza ha adottato misure concrete: è prevista l’esenzione completa delle tasse di immatricolazione per chi si diploma con 100/100 alla maturità e per matricole e studenti meritevoli con Isee fino a 14.000 euro, mille euro in più rispetto a quanto stabilito dalla legge; sono state inoltre ridotte le tasse per gli studenti meno abbienti. Diritto allo studio significa anche offrire dei servizi efficienti e per noi questo è un impegno costante. In questi ultimi mesi, grazie ai 114milioni di finanziamento della Banca europea per gli investimenti a cui si sono aggiunte risorse Sapienza per un totale di 152milioni, è stato intrapreso piano di riqualificazione che in 5 anni prevede interventi in tutti gli edifici universitari, a partire dalle aule per renderle sempre più accoglienti e dotate delle più moderne tecnologie. L’apertura di biblioteche per 24 ore è iniziata come un esperimento ma, visto l’apprezzamento degli studenti, si è estesa sempre più: attualmente ne abbiamo tre, ne stiamo aggiungendo una quarta e altre due sono imminenti. Stiamo lavorando molto sui laboratori, con i nuovi skill labs di area medica inaugurati quest’estate, il FabLab e gli spazi di co-working realizzati nell’ambito del progetto Saperi&co. Le attività comprendono anche la realizzazione di residenze universitarie sul territorio metropolitano e presso la sede di Latina e la ristrutturazione degli impianti sportivi.

L’Università che lei guida è stata la prima in Italia a realizzare corsi interamente condotti in inglese. In più, la Sapienza ha attivato numerose iniziative per l’internazionalizzazione della formazione degli studenti. Questi servizi hanno successo e producono risultati? Come vengono accolti dagli studenti?
La dimensione internazionale è un paradigma che investe tutti gli ambiti del nostro vivere quotidiano. Le iniziative che abbiamo messo in campo riflettono questa condizione e gli studenti le accolgono con favore perché rispecchiano la realtà in cui vivono. Mi piace sottolineare come abbiamo saputo cogliere questa esigenza con tempismo: la nostra offerta formativa internazionale è in continua crescita e quest’anno abbiamo 45 corsi in lingua inglese. Inoltre, grazie anche a una estesa rete di collaborazione con Atenei di tutto il mondo, la Sapienza offre ai suoi studenti numerose opportunità, tra le quali lauree a doppio titolo, borse per tesi all’estero, tirocini in diversi paesi europei ed extraeuropei, dottorati internazionali. L’obiettivo ora è di aumentare ulteriormente la nostra attrattività, già meta di quasi 8.000 studenti internazionali. La Sapienza sta potenziando gli oltre 1.000 accordi internazionali che già abbiamo in tutti e cinque i continenti.

Negli anni scorsi i Rettori, anche con decise prese di posizione ufficiali, hanno lamentato la scarsità dei fondi pubblici diretti alle università. Qual è oggi la situazione, c’è carenza marcata di risorse o la situazione è sostenibile? Quali sono i canali di finanziamento di un grande ateneo come La Sapienza?
La scarsità di fondi pubblici è un fatto e l’obiettivo di investire almeno il 3% del Pil, fissato dalla Ue per il 2020, sembra difficilmente raggiungibile: se ci limitiamo all’Europa, abbiamo Germania e Francia che investono iI triplo rispetto all’Italia, ma se spostiamo il nostro orizzonte nell’est asiatico troviamo finanziamenti fino a sei volte superiori ai nostri. In questi anni di crisi, peraltro, i fondi pubblici sono diminuiti per un totale di circa 1 miliardo di euro persi dal 2008 a oggi. La sostenibilità del sistema è quindi al limite ed è affidata alla grande produttività dei nostri ricercatori che si distinguono nel panorama internazionale: l’Italia ha prodotto il 3,9% della ricerca mondiale, e cioè a parità di fondi, nei nostri atenei si produce il doppio di quelli tedeschi e circa un terzo in più dei francesi, tanto che nel 2017 il nostro Paese si è collocato all’8° posto tra i Paesi Ocse per quantità e qualità della produzione scientifica, nonché ai primissimi posti per produttività individuale dei ricercatori. Fatte queste premesse generali, Sapienza ha un bilancio in attivo ed è una università efficiente: da un lato avere i conti in ordine vuol dire premialità nel Fondo di Finanziamento Ordinario erogato dal Miur e buona reputazione da far valere per finanziamenti esterni – come il caso citato prima della Bei; dall’altro, grazie ad attività e progetti di ricerca di eccellenza arrivano grant e borse ad hoc, come ad esempio quelle Erc che consentono ai nostri ricercatori di portare avanti linee di interesse specifiche.

Un problema serio che è emerso negli anni scorsi è la ‘solitudine’ degli studenti che escono dall’università in termini di aiuto a mettere a frutto in termini lavorativi la formazione ricevuta. Un po’ tutte le università si sono dotate di servizi di ‘outplacement’, stringendo intese con realtà produttive e con Agenzie per superare il gap tra formazione e lavoro. Ovviamente, anche La Sapienza è dotata di questi servizi. Come valuta la loro efficacia?
Nella classifica QS Employabilty 2019 sull’occupazione dei laureati, pubblicata nel mese di settembre, la Sapienza ha ottenuto un’ottima performance, salendo nella fascia di eccellenza delle prime 100 università al mondo, la seconda in Italia dopo il Politecnico di Milano. Per quanto riguarda gli strumenti per mettere in contatto diretto laureati e aziende, abbiamo il portale Jobsoul nel quale sono attivi 193.000 gli utenti, di cui il 64% è rappresentato da laureati, il 9% da laureandi. Sono poi previste presentazioni aziendali nei dipartimenti e nelle facoltà, che attuano forme di preselezione, soprattutto in area giuridica, scientifica ed economica.

Un altro problema delle università italiane emerso nel passato è stata la mancanza di veri servizi di orientamento per gli studenti. Si sono fatti reali passi avanti su questo fronte? La Sapienza come si è organizzata?
Nel campus c’è uno spazio dedicato al Ciao, il Centro di informazioni Accoglienza e Orientamento che ha festeggiato lo scorso luglio i suoi 20 anni di attività ed è gestito attraverso nostri studenti borsisti opportunamente formati per dare supporto e assistenza, con sportelli aperti al pubblico, ma anche tramite mail e facebook. A questo servizio negli anni si è affiancato lo sportello Hello, con le stesse caratteristiche ma dedicato alla platea internazionale. Poi ci sono le tante iniziative che le varie strutture organizzano, con open day e presentazioni mirate presso le scuole secondarie nel corso dell’anno. Un appuntamento fisso, che incontra sempre il gradimento degli studenti, è la manifestazione “Porte aperte alla Sapienza”, la tre giorni allestita nei viali alberati del campus e dedicata all’orientamento delle future matricole.

Si sente dire sempre più spesso che oggi la laurea si è ‘svalorizzata’. Per avere reali opportunità di occupazione, soprattutto per sperare in una buona occupazione, è necessario anche il master. È vero? Con quale atteggiamento psicologico a suo parere un giovane deve affrontare l’università perché rappresenti un buon investimento? Quali occasioni, tra i numerosi servizi che offre l’Ateneo, deve cogliere maggiormente?
Per prima cosa, voglio ribadire che tutti i rapporti e le statistiche in questo ambito mostrano come la laurea sia un elemento che incide positivamente nella ricerca del lavoro e nelle possibilità di guadagno a medio e lungo termine. Ed è ragionevole pensare che tanto maggiore è la formazione personale, anche attraverso i master e altri corsi post lauream, tanto migliori saranno le prospettive che si possono aprire in campo professionale. Per nostra parte offriamo un ampio ventaglio di convenzioni per intraprendere i tirocini curriculari nelle aziende, un centro linguistico aperto alle esigenze di tutte le facoltà, laboratori all’avanguardia in molti settori, ma anche mirati soggiorni di studio all’estero, che si affiancano alle tradizionali attività Erasmus. 

Lei ha promosso il progetto per il primo consorzio di università mediterranee ed europee, La cooperazione, avviata nel 2017 dalla Sapienza insieme alle università di Aix de Marseille, Barcellona e Madrid, ha visto successivamente l’adesione di altre università. Quali obiettivi si pone questo progetto e come sta procedendo?
L’obiettivo è quello di realizzare un campus europeo che consenta agli studenti di muoversi liberamente tra atenei consorziati e di avere il riconoscimento degli studi fatti, in linea con le politiche dell’Unione europea. Sapienza ha dato un forte impulso a questo progetto che ha raccolto molte manifestazioni di interesse, con colloqui in fase molto avanzata Questo è un progetto in cui credo molto: l’internazionalizzazione e lo scambio di idee sono la linfa vitale di cui il mondo della ricerca e dell’università - e non solo - si nutre.

Magnifico Rettore, un’ultima domanda. Può sinteticamente indicare perché un giovane debba iscriversi alla Sapienza piuttosto che altrove?
Perché qualsiasi corso universitario uno studente decida di intraprendere, alla Sapienza c’è; perché offre docenti molto qualificati; perché la laurea conseguita alla Sapienza è un ottimo biglietto da visita per trovare lavoro anche a livello internazionale.

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