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Stato e mercato

- di: Roberto Pertile
 

Nuovi assetti economici e sociali, serve una fase costituente


Con la caduta del muro di Berlino, nel 1989, si affermò anche nella sinistra italiana tradizionale la convinzione che il libero mercato avrebbe risolto i problemi sociali ed economici dei ceti alla base della piramide sociale. Questo comportava un significativo ridimensionamento della gestione del welfare da parte dello Stato. Da un modello che fino ad allora si era occupato della gestione del conflitto di classe si passò all’illusione di un mercato liberalizzato in grado di incentivare i fattori di crescita e produttività delle economie occidentali, al seguito di una vincente globalizzazione.
In realtà il precedente modello si avvalse della gestione Iri, Istituto per la Ricostruzione Italiana, (cfr la “Storia dell’Iri, ed Laterza, 2015) che fu piuttosto interessante, essendo l’Iri in grado di agire da impresa con obiettivi pubblici, realizzando una virtuosa combinazione tra imprenditorialità/managerialità di tipo privato e la proprietà pubblica. Come scrive Guido Pellegrini nel testo sopra citato, l’Iri rappresentò il “braccio armato” dello Stato imprenditore.
Fu recepito come un soggetto finalizzato a generare profitti da distribuire agli azionisti delle società operative e allo Stato. Si adoperò in misura notevole per sostenere lo sviluppo economico italiano mediante investimenti soprattutto nei settori “capital intensive” quali la chimica, la siderurgia, nelle infrastrutture e nei servizi, secondo linee strategiche di politica industriale. All’inizio degli anni ’80 era presente nei comparti merceologici più importanti del sistema produttivo, fortemente integrato nell’economia nazionale sia come acquirente di prodotti che in qualità di venditore di beni e servizi. Va riconosciuto (ibidem cfr Antonelli, Barbellini Amidei, Fassio) come l’Iri abbia svolto un ruolo centrale nel funzionamento del sistema della ricerca industriale. I suoi laboratori di ricerca erano di livello internazionale per l’organizzazione e la qualità del personale, e fu in grado di svolgere un ruolo chiave nella generazione di conoscenza tecnologica e nella sua diffusione nel sistema produttivo.
Tuttavia nel tempo sono emerse anche delle criticità: il compromesso storico tra capitale e lavoro, già punto di forza della produzione fordista, ha esaurito negli anni la sua forza innovativa. E’ andata in crisi la governance dell’equilibrio tra autonomia della gestione aziendale e le modalità e i vincoli dell’intervento pubblico, di pari passo con la sempre più scarsa eticità delle formazioni politiche. In questo scenario sempre più grigio, la svolta liberista del post-muro di Berlino, con la sua delega in bianco all’efficienza del mercato per il raggiungimento dell’equilibrio economico e sociale si è rivelata sempre più illusoria, grazie anche all’evidente incapacità delle forze di destra e di sinistra che si sono alternate al governo in questi ultimi decenni. Agli sprechi e al clientelismo corporativo con cui si è mal gestito il welfare nazionale si è aggiunta una perniciosa speculazione finanziaria internazionale, che è alla base del crollo economico datato 2008. Ne hanno fatto le spese soprattutto i ceti sociali più deboli e le economie più vulnerabili. Più recentemente, è bastato un microscopico quanto micidiale virus pandemico ad evidenziare la fragilità non solo dei vari sistemi sanitari ma anche di potenze economiche ritenute inaffondabili per l’alto livello di autonomia tecnologica e finanziaria. Alla faccia della libera globalizzazione. In questo contesto di complessi cambiamenti in atto, vi sono le ragioni per un ruolo dello Stato che soprattutto va pensato come sostegno all’innovazione tecnologica, che è la variabile principale alla base dell’attuale sviluppo economico.
A questo proposito, l’analisi classica, come fanno notare Mazzucato e Jacobs in “Ripensare il capitalismo” (ed Laterza, 2017), ritiene che l’innovazione sia un processo che riguarda il solo settore privato. Lo Stato va, quindi, tenuto fuori dalla Ricerca & Sviluppo del sistema produttivo. Per i teorici classici, infatti, se c’è un ruolo per lo Stato è quello di correggere i fallimenti del mercato dando incentivi ai privati e assicurando la concorrenza tra le imprese. L’esperienza dell’Iri, vero protagonista del miracolo economico italiano, è una concreta prova che non è necessariamente solo il privato l’unica risorsa su cui fare leva.
Lo Stato, specificatamente, nel campo dell’innovazione può svolgere un ruolo strategico, dando la direzione di fondo al sistema verso le tecnologie verdi, ad esempio, mediante investimenti diretti a lungo termine in materia di ricerca di base e di ricerca applicata. Di fatto, la storia dell’Iri ci insegna che è riduttivo pensare allo Stato solo come un soggetto utile per correggere i fallimenti del mercato o per supplire alla sottomanagerialità presente nell’industria italiana. Va tenuto presente che, senza, l’Iri non ci sarebbe stato il miracolo economico italiano. In particolare, l’intervento pubblico può favorire progetti più forti e più sostenibili, soprattutto in R&S, di quelli spontanei promossi dal mercato. Una buona politica industriale sa progettare e coordinare ruoli diversi ma complementari tra privato e pubblico.
Infatti, nella R&S le imprese private preferiscono operare nella fase finale del processo innovativo (prototipazione e reindustrializzazione); il mondo della ricerca pubblica, invece, preferisce per sua vocazione operare all’inizio del processo innovativo, cioè nella ricerca di base. Al privato premono i risultati a breve termine che comportino profitti; il sistema pubblico ha, invece, un orizzonte di lungo periodo, per cui il pubblico e il privato possono essere complementari.
Come fu una positiva novità l’Iri di Vanoni e di Saraceno, oggi l’attualità chiede di progettare un nuovo ruolo del pubblico nell’economia a cominciare dall’innovazione tecnologica, finalizzata all’economia verde. Sul tema di una possibile presenza dello Stato nell’economia italiana, la Confindustria (intervento del Presidente di Assolombarda e futuro Presidente nazionale, Bonomi, La Repubblica del 22/3/20) teme che dalla crisi provocata dal coronavirus esca uno Stato gestore del sistema produttivo. Non è così. Ci possono essere modi e tempi diversi per il pubblico e il privato nello stesso mercato. Vi è una potenzialità enorme da questa sinergia. Basti pensare che la creazione della Silicon Valley in Usa è dovuta principalmente, nella fase iniziale, agli investimenti pubblici, che si sono assunti l’alto rischio di impieghi ad elevato grado di insuccesso.
Va pure evidenziato che le istituzioni pubbliche statunitensi hanno fatto investimenti alquanto rischiosi (energia, nucleare, telecomunicazioni, intelligenza artificiale, etc) che hanno determinato rivoluzioni tecnologiche che hanno inciso significativamente sul sistema mondiale delle imprese. Per la debole economia italiana è, dunque, fondamentale che vi sia un soggetto che si assuma alti rischi a lungo termine in materia di R&S. Questo soggetto difficilmente sarà un’impresa privata, almeno in Italia, dove sovente per primo è il sistema bancario a non sostenere la ricerca per non correre rischi. Infine, il disegno tratteggiato di politica industriale è funzionale alla realizzazione di un sistema della produzione non solo in crescita e competitivo a livello europeo, ma anche indirizzato in particolare verso le tecnologie verdi, che richiedono tanta R&S. Così, in una prospettiva di ripresa economica e tecnologica, può essere saggio, in un contesto di contendibilità delle imprese italiane per effetto della crisi “coronavirus”, impiegare uno strumento come la “golden share” in via straordinaria e momentanea, prima di tutto per impedire fughe di aziende dall’Italia.
Il quotidiano La Repubblica, (nell’edizione del 22/3/20), intitola la pagina 38: “Il made in Italy non si svende”, evidenziando negli articoli la caduta di valore delle azioni delle società italiane quotate in Borsa. Da qui la loro appetibilità per gli operatori, con il rischio, per le imprese di una loro delocalizzazione all’estero. Vanno, cioe’, fermati i disinvestimenti, servono, invece, massicci investimenti innovativi nell’organizzazione dei servizi sociali, nell’intelligenza artificiale, nelle telecomunicazioni, nelle energie alternative etc. Operazione non facile, occorre che le forze vitali della società siano chiamate a svolgere un ruolo costituente per nuovi assetti economici e sociali e, ”conditio sine qua non”, superare le inadeguatezze culturali e politiche largamente presenti nei partiti.

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