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Smart working, una possibilità non una risposta

- di: Diego Minuti
 
L'epidemia che si è scatenata sulla Terra, anzi contro la Terra, sta mettendo alla corda il sistema sanitario dei tantissimi Paesi direttamente coinvolti (ma anche quelli che lo sono in minima parte corrono contro il tempo per attrezzarsi a contrastare il contagio), contribuendo anche a rivoluzionare la vita sociale. Ma non solo. L’esigenza di ridurre al minimo i contatti diretti tra le persone ha determinato l’adozione di misure che oggettivamente comprimono i normali comportamenti che sono alla base della nostra quotidianità.
Mascherine, guanti, distanza fisica tra persone che parlano tra di loro, passeggiano o assistono ad un evento pubblico, diniego alle uscite da casa, limitate solo ad emergenze: non siamo alle tavole della Legge, ma ci siamo abbastanza vicino, se è vero che per i trasgressori sono previste sanzioni, anche pesanti.
Ma un aspetto che occorre oggi considerare riguarda il forte impulso che le Istituzioni intendono dare alle forme di lavoro alternative, in questo modo ritenendo che possano limitare i contatti e quindi, di conseguenza, abbassare l’ipotesi di contagio.
Premesso che la salute pubblica deve restare al di sopra di tutto - per assurdo che possa apparire, anche rispetto a quella del singolo soggetto -, resta in agguato il sospetto che, facendo dell’epidemia di corona virus il fulcro di una leva, si voglia attivare una forza che spinga sempre di più a comprimere gli spazi fisici del lavoratore, relegandolo in un ambiente (casa) lontano da quello canonico, ma che non ha costi per il datore di lavoro, aumentando per quest’ultimo i margini di profitto.
Intendiamoci, non si può essere contrari al telelavoro, ma il disegno che sembra si stia delineando in queste settimane non appare conseguenza di una situazione emergenziale, quanto il tentativo di ridefinire il ruolo del lavoratore, dotandolo di beni strumentali per svolgere le proprie mansioni, ma strappandolo da un ambiente comune, che ha certamente un costo per il datore di lavoro, ma che è anche il luogo di confronto, di approfondimento, magari anche di occasioni di competitività che non può che fare il bene dell’impresa o dell’ufficio. Il lavoratore che opera da casa resta un soggetto produttivo che magari riesce ad organizzare meglio la sua vita - privata e di lavoro -, ma in un ambiente che lo imbozzola, lo segrega nel perimetro della propria abitazione.
Per semplificare, se certamente lo rende un soggetto con grandi margini di autonomia, innegabilmente lo avvia alla solitudine lavorativa. Chi spinge verso quello che viene definito smart working, lavoro snello, ha certamente grande attenzione per i costi. Che, ammettiamolo, dallo smart working subiscono un consistente ridimensionamento.
Ma tutto questo ha un costo in termini di rapporti umani, e non parliamo solo di quelli tra i singoli lavoratori, ma anche per chi - utente, del pubblico e del privato - cerca il contatto, senza filtri tecnologici, con chi è il suo interlocutore al quale si rivolge per risolvere un suo problema, aspettandosi di ottenere risposte.
La stessa definizione che, dello smart working, dà il Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali è chiaro: ‘’Il lavoro agile (o smart working) è una modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato caratterizzato dall’assenza di vincoli orari o spaziali e un’organizzazione per fasi, cicli e obiettivi, stabilita mediante accordo tra dipendente e datore di lavoro; una modalità che aiuta il lavoratore a conciliare i tempi di vita e lavoro e, al contempo, favorire la crescita della sua produttività’’.
Sì, questa è la cornice normativa, ma c’è poi una questione culturale, se con questa accezione possiamo definire il modo degli italiani di rapportarsi con l’altro. Certo, è la voce lo strumento primario che l’uomo usa per comunicare, ma ci sono anche i gesti, le mani, gli atteggiamenti, le espressioni del viso. All’estero ci si accusa di gesticolare troppo quando parliamo e di questo i ‘’non italiani’’ hanno fatto un topos che ci viene incollato addosso, anche se, nel corso di un dialogo, le nostre mani sono educatamente posate sul grembo.
Ma è come ci rapportiamo all’altro che ci viene contestato, quasi che cercare di creare un ponte perfetto tra due persone sia un problema o, peggio, lo stigma di impreparazione o mancanza di eleganza.
E questo vale anche nello stesso ambiente di lavoro dove non basta solo la parola o l’incrociare lo sguardo attraverso uno strumento algido come lo schermo, che rimanda l’immagine.
Qualcosa che cela non solo i sentimenti, ma anche lo stato d’animo. Questo è però un discorso che potrebbe apparire di maniera, antiquato, di retrovia.
Ma quanto meno pone un interrogativo: qual è prezzo che siamo disposti a pagare al dio Progresso?
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