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Riavviare una riflessione sul rapporto tra Istituzioni e politica

- di: Vincenzo Mannino
 
A volte, più spesso nei tempi di politica debole, le difficoltà che essa manifesta vengono imputate all’architettura e al funzionamento delle Istituzioni. Una interazione tra malfunzionamenti delle Istituzioni e difficoltà dell’agire politico, esiste. Tuttavia non è facile individuare dove passa il confine tra istituzioni che andrebbero ammodernate e politica incapace di vivere in esse e di farle vivere. E non proverò oggi a cercare questo confine.

Siamo abituati a pensare alle Costituzioni come scelte incise su pietra, che una volta fatte, e se fatte bene, durano indefinitamente. Ci si stupisce perciò, a me accade, quando ci si ricorda che la Costituzione della Repubblica italiana è stata modificata più volte, se non sbaglio 17 volte. Tante sono state le leggi di modifica costituzionale, che non sempre recano una sola modifica. Le modifiche sono più numerose. Dunque rientra nella normalità un’attività di manutenzione evolutiva della Costituzione.

Più interessante, allora, comprendere le motivazioni delle modifiche. A volte ci sono esigenze di chiarezza e di migliore funzionamento. Per esempio, modifiche della durata, elezione e composizione delle due Camere risalgono al 1963. Risale ad allora la fissazione del numero di Parlamentari che abbiamo recentemente ridotto (sebbene la popolazione italiana sia cresciuta da allora di circa 9 milioni).
Invece si aggiorna la Costituzione a nuove acquisizioni della coscienza civile come quando si attribuisce alla Repubblica il compito di promuovere le pari opportunità tra uomo e donna (2003), o si abolisce del tutto la pena di morte, che i costituenti prevedevano nella sfera militare in tempo di guerra (2007), e forse anche quando si introduce il pareggio di bilancio (2012).
Oltre alle letture multiple, anche il ricorso al referendum confermativo fa delle modifiche costituzionali operazioni lunghe e complesse. Il referendum, come abbiamo constatato in questi anni, ha bocciato l’ampia riforma Renzi e ha promosso la riduzione numerica dei parlamentari. Non è una mera cerimonia di ratifica. Il confronto tra i due esiti può indurre qualcuno a pensare che i grandi disegni, qualora ci fossero, si realizzano solo a passettini.

Si manifesta l’impressione che la politica abbia, più spesso di un tempo, perché meno forte e stabile, la tentazione di adattare le Istituzioni alle proprie misure, alle proprie aspirazioni, da perseguire non nelle istituzioni stesse, ma correggendole. Tutto quanto scritto finora è, però, ai fini di queste brevi riflessioni, un antefatto.

Sono due i punti che esigono una nuova attenzione.
Ci sono delle questioni irrisolte, e alle quali, prima o poi, si dovrà avere la lucidità e il coraggio di rimettere mano. Quella del Titolo V della Costituzione è certamente una di queste. L’esigenza di ordinare meglio la distribuzione di poteri e la loro armonizzazione tra Stato e Regioni era abbastanza maturata, ma finita con un nulla di fatto. Maturata era la consapevolezza che si dovesse decongestionare la conflittualità tra Stato e Regioni e anche l’evidenza che il progredire della globalizzazione e della integrazione europea rendevano assurdo segmentare scelte che invece diventavano sempre più di ambito sovranazionale.

Quanti, poi, asserivano che le Regioni, costrutto artificioso, avevano mostrato i loro limiti e che l’Italia era in realtà una nazione di città!
Per una lunga fase i sindaci erano diventati i nuovi eroi civili e la loro elezione quasi il modello di ogni elezione. Anche il destino delle Province è rimasto appeso, e questo mentre altri soggetti pubblici e privati avevano cominciato a riplasmare la propria geografia incoraggiati dalla loro imminente sparizione. Le città metropolitane a loro volta dovrebbero ricevere un po’ di empowerment.

La pandemia del Covid-19 e le complicazioni nell’accordare le competenze delle Regioni (che non prevedevano l’eccezione pandemica) e doveri di più ampio respiro ha accresciuto l’urgenza di portare il Titolo V in officina. Però, sorpresa: i sindaci sembrano attraversare una fase di scolorimento, parlano più spesso avvalendosi dell’insegna dell’Anci. Invece le recenti elezioni regionali hanno mostrato che nel livello locale la politica si manifesta, e condensa consenso e forza, intorno alle figure di alcuni governatori con una fisionomia più spiccata, uno stile proprio, a volte un elemento sanguigno. Dunque sono Zaia, Toti, Bonaccini, De Luca, Emiliano ( l’elenco è del tutto aperto) i nuovi portabandiera della politica locale in luogo dei sindaci? Avevamo esagerato prima o stiamo esagerando oggi? Oppure le istituzioni hanno un forte coefficiente dì stagionalità?

È il momento opportuno per riprendere una riflessione di profondità e di lunga lena su Istituzioni e politica, che porti poi a soluzioni non premature e affrettate con tatticismi, ma che trovino una condivisione molto ampia e consapevole.
Ma ci sono altri temi da mettere all’ordine del giorno. Uno di questi è il rapporto tra la politica (e le Istituzioni) e i corpi intermedi. Ora una ricognizione del vasto ed eterogeneo universo accomunato dalla etichetta corpi intermedi andrebbe certamente svolta. Perciò è bene precisare subito che qui metto in primo piano quei corpi intermedi che portano alle istituzioni problemi e proposte della società: i sindacati dei lavoratori e le associazioni di rappresentanza imprenditoriale.

Erra la politica quando li tiene lontani, o erra quando se li mette vicini in vetrina? Ma perché non cambiare punto di vista: qual è lo stato di salute di questi corpi intermedi? Riescono a fare ciò che ci si aspetta da loro? Sarebbe bene per tutti una loro incisiva evoluzione? Ecco un altro argomento che va assolutamente ripreso.
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