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Pianificazione e programmazione urbanistica nella città sempre più...interetnica

- di: Francesco Alessandria
La consapevolezza della complessità dell’organizzazione degli interessi della città e dei cittadini prima che gli assetti urbanistici del piano (inteso secondo l’accezione classica) determinino destinazioni d’uso da un lato, e la considerazione che la conoscenza preventiva delle intenzioni degli attori costituisca il presupposto necessario della credibilità delle scelte territoriali dall’altro, ha spinto i redattori delle politiche comunitarie, ad interrogarsi se gli strumenti di pianificazione e le conseguenti tecniche giuridiche di definizione degli assetti urbanistici fossero adeguati ad interpretare le esigenze dello sviluppo locale.
E’ noto che nell’unione europea gli ordinamenti prevedono discipline sostanzialmente uniformi per quanto attiene l’uso degli strumenti tesi a de-finire la struttura insediativi dei territori. L’uso del piano inteso come piano urbanistico quale strumento di distribuzione ordinata delle funzioni insediative appartiene alla cultura di questi paesi a partire dai primi anni del secolo scorso, ma con anticipazioni in Germania ed Inghilterra.
In Italia è stato recepito negli anni trenta per essere poi sistematizzato nella legge quadro del 1942. ma è anche noto che l’evolversi dello sviluppo economico, l’intensificarsi degli scambi, l’apertura delle frontiere dall’est e del sud del mondo povero ha messo in evidenza che lo strumento della pianificazione, ovvero delle fissazioni delle regole d’uso degli spazi territoriali, se mantiene la sua validità come tecnica di conformazione dei suoli delle aree interessate non ha però nulla a che fare con le politiche di sviluppo di crescita del territorio e della città.
Si tratta di questioni che attengono alle esigenze di una collettività circa l’impiego delle proprie risorse che non sono solo quelle del territorio e della città in senso fisico (suolo) ma che riguardano le risorse intellettuali, sociali, la forza lavoro, i capitali le attività produttive in essere o potenziali cioè un complesso di fattori che secondo gli ordinamenti degli stati moderni i poteri pubblici hanno il compito di organizzare ma anche di interpretare ai fini della loro migliore espressione o integrazione. Tale attività che si definisce programmazione, stabilisce degli obiettivi e che in forza della preventiva individuazione elabora. Pertanto se il piano le attua il programma le elabora.
La vicenda della pianificazione urbanistica e fin troppo nota per il suo carattere di programma e di piano insieme, derivante dall’assenza di una visione strategica dello sviluppo finalizzato quasi sempre alla valorizzazione delle aree edificabili e senza mai elaborare proposte programmati-che.
Le politiche comunitarie, che dedicano particolare attenzione alle esigenze dello sviluppo locale ai fini della crescita, della coesione sociale e della competitività individuano nella pianificazione strategica un valido strumento per comporre il mosaico delle prospettive di sviluppo locale assieme agli attori. Ma prima di essere considerata oggetto della politica comunitaria l’archetipo della pianificazione strategica si ritrova nell’esperienza di alcune città europee che, in profonda crisi di visibilità derivante dall’esaurirsi della propria economia monosettoriale e industriale e dalla necessità di ripensare profondamente a nuove modalità di accumulazione della ricchezza e recupero delle proprie capacità di sviluppo endogeno hanno puntato proprio sull’identificazione di una strategia complessiva di rilancio degli interessi sociali oltre che economici della comunità urbana.
Esempi analoghi si sono avuti, in Europa, ai primi dell’ottocento, quando gli Stati sono intervenuti per sostenere il risanamento sotto il profilo sanitario e sociale delle città cresciute disordinatamente per effetto della rivoluzione industriale portando alle prime forme di pianificazione urbanistica. Si tratta, oggi, di usare sostanzialmente la stessa metodologia, che consenta di avviare i processi di integrazione degli immigrati inserendoli nella pianificazione strategica in relazione a quelle che sono le esigenze della collettività circa l’impiego delle proprie risorse (e gli immigrati sono certamente tra le risorse da considerare) intese nel senso più ampio del termine e che implica una programmazione condivisa tra tutti gli attori portatori di queste risorse.
E’ questo è un motivo che ha poco di pianificazione urbanistica in senso stretto, però ne potrebbe essere diretta attuazione identificando in modo puntuale gli attori, costituire dei patti sociali ed economici, coagulando interessi dispersi e organizzando una metodologia per la coesione e la integrazione sociale di ogni presenza immigrata.
Potrebbe apparire una nuova frontiera sociale quella dell’aggregazione degli interessi sociali, nel tentativo di superare la frammentazione e la settorializzazione delle politiche locali e favorire una riconsiderazione complessiva delle opportunità e delle potenzialità della comunità, ma anche delle sue fratture sociali e dei processi di esclusione, a favore di politiche inclusive e redistributive.
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