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Riformare la Giustizia, per salvare le nostre libertà

- di: Diego Minuti
 
Gran bella cosa la Giustizia, perché spesso è l'unica cosa cui ci si può aggrappare, sperando di vedere riconosciute le proprie istanze. Come Arnold, il mugnaio di Postdam (reso famoso da Bertold Brecht) che si chiedeva se, a Berlino, da qualche parte ci fosse un giudice che lo potesse aiutare a scampare alla persecuzione di magistrati al soldo del barone, trovandone uno nientemeno che in Federico il Grande.

Ma l'Italia di questi mesi, forse anche degli ultimi anni, sta vivendo un periodo in cui la Giustizia non è l'esercizio della ragione perché prevalga sul sopruso, ma un terreno brullo dove ci si confronta a colpi di menzogne, forzature, abusi, prevaricazioni, interessi personali o di parte, rendendo urgente una riforma radicale, che però non può essere figlia della decisione di politici.

L'ultimo grano di questo rosario di esempi di cattiva Giustizia ha come protagonista - in absentia, visto che è morto da oltre un anno - un giudice della Cassazione, Amedeo Franco, di cui è spuntata fuori una registrazione (fatta a sua insaputa, come pare di capire) in cui, in un singolare colloquio con un imputato di cui aveva contribuito a confermare una condanna - tale Berlusconi Silvio, nato a Milano, il 29 settembre 1936, imprenditore e uomo politico -, rivelava che la sentenza (di un processo di cui lui era stato relatore) era preconfezionata, condizionata da una avversione antica contro il ricorrente.

Tanto per chiarire, il giudice Franco parlando con Berlusconi, addebitò la sentenza ai suoi colleghi di collegio che avrebbero agito in ossequio a indicazioni venute dall'alto. Che non crediamo sia la semplificazione del concetto di Dio, bensì di una parte politica avversa a Berlusconi ed in maggioranza nella magistratura.

Questa registrazione, in cui il magistrato appare in imbarazzo nel rivelare la dinamica della sentenza di conferma di Berlusconi, è venuta fuori solo ora, con il collegio di difesa del presidente di Forza Italia che si dice fiducioso sul prossimo pronunciamento della Corte dei diritti dell'Uomo, organismo europeo e quindi sovranazionale.

Una vicenda sulla quale la destra compatta ha scatenato una battaglia violentissima pretendendo la riabilitazione di Berlusconi e giungendo persino a chiederne la nomina a senatore a vita, quale risarcimento per la persecuzione giudiziaria a detta dei suoi sostenitori, amici ed alleati, patita dalla sua scesa in campo o ascesa nel Paradiso della politica.
Ma la politica è cosa ben diversa dal diritto.

Per questo alcune domande è giusto porsele, per evitare che la si butti in caciara, come pare si stia facendo già ora. Anche se dobbiamo sempre, in occasioni del genere, fare nostra una massima di Chilone: De mortuis nihil nisi bonum. Ovvero, dei morti niente si dica se non il bene.

Detto questo, però, il primo punto di domanda deve essere messo a suggello dell'interrogativo sui motivi della tempistica della “denuncia” del defunto magistrato che ha accusato i suoi colleghi in un colloquio apparentemente privato, certamente irrituale, e non lo ha fatto quando invece ne aveva gli strumenti. Poteva, ad esempio, allegare alla sentenza, in una busta sigillata ed a futura memoria, i motivi del suo dissenso. Non lo ha fatto ed anzi ha siglato le oltre 200 pagine della sentenza senza esternare la sua contrarietà. Si potrebbe sostenere, a questo punto, che per senso dello Stato e per rispetto ai colleghi il giudice Franco non volle rendere pubblico il suo dissenso, sia pure in forma riservata e destinata a restare tale. Ma poi è venuta fuori, sia pure a distanza di tempo, la registrazione del colloquio con Berlusconi ed è quindi comprensibile che il collegio di difesa dell'ex Cavaliere ora tenti di utilizzarla, anche se i margini di riuscita dell'operazione appaiono abbastanza esigui.

Ma, c'è ora da chiedersi, è questa la Giustizia? O, per meglio dire, sono questi gli uomini ai quali lo Stato ha affidato, con il compito di applicare la legge, la sorte dei cittadini e, con essa, quello di vegliare sulla democrazia?
Sono domande che dobbiamo porre, a noi stessi innanzitutto ed anche nell'interesse di quelli che ci saranno dopo di noi, perché se viene a cadere il rispetto per chi è la raffigurazione 'terrena' della Giustizia crolla tutto il castello delle nostre libertà. Accusare altri a distanza di anni, mentre aveva la possibilità di motivare la sua opposizione ad una sentenza che giudicava in spregio della verità e quindi della legge, appare oggi incomprensibile.

Sino a prova del contrario, Franco è stato un magistrato integerrimo, senza nemmeno un'ombra sulla carriera. Anche se, come riferiscono alcuni quotidiani, già pensionato, sarebbe incorso in un piccolo infortunio, assicurando il suo interessamento per il buon esito (per chi aveva presentato ricorso) di un processo in Cassazione, chiedendo in cambio non denaro, come forse qualcuno maliziosamente potrebbe pensare, ma un certificato medico falso per rendere più facile l'iter di una operazione al seno di una sua amica. Ma di questo procedimento, al momento, non si conosce l'esito e si deve sempre pensare che, oggi, nulla può turbare il sonno eterno del Defunto.

Certo è che tra l'ennesimo colpo di teatro di Berlusconi e le magagne attribuite all'ex presidente dell'Anm, Luca Palamara, la Giustizia vaga inquieta in attesa che la politica se ne cominci ad interessare, non per indirizzarla (magari con l'aiuto di influenti 'infiltrati' tra le toghe) , ma per farla uscire da questa palude.
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