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Prestito FCA: prevalga la ragionevolezza

- di: Diego Minuti
 
Da quando il mondo industrializzato ha cominciato a manifestarsi su questa Terra, politica ed economia (forse sarebbe meglio dire politica e finanza) hanno camminato di pari passo, talvolta tenendosi teneramente per mano, perché l'una non può vivere senza l'altra e viceversa. E questo è accaduto anche nei Paesi che si dicevano comunisti e che, però, perseguendo il benessere della gente, dovevano comunque intendere l'industria come fonte di reddito e, quindi, come strumento per redistribuire le risorse.
L'Italia, in questa sintetica cornice, si ritrova completamente e, tutto sommato, ormai ci abbiamo fatto l'abitudine, consapevoli che la politica senza la grande finanza mancherebbe degli strumenti per attuare le sue strategie che, però, gioco forza, da questo connubio escono condizionate. 
Ma, quando ci sono in gioco le sorti di un Paese, l'obiettivo diventa comune perché se chi governa riscuote la ''cambiale'' politica ovvero il consenso, i grandi gruppi economici possono proseguire nel loro percorso che non è certo quello di fare beneficenza, ma di creare ricchezza, partendo da loro stessi fino a chi presta la sua attività ad imprese e società.
Ma, di tanto in  tanto, questa ''convivenza'' in seno ad un Paese va in corto circuito, se all'improvviso ci si accorge che alcune misure infastidiscono il comune sentire e, di conseguenza, potrebbero erodere il consenso. 
La vicenda del prestito richiesto da Fca allo Stato, pari a sei miliardi e trecento milioni di euro, è esplicativa di questo ragionamento perché porta in sé la sintesi dei rapporti che si determinano tra chi governa e chi lucra.
La recente decretazione in materia di aiuto alle imprese ha dato la possibilità al gruppo Fiat-Chrysler di chiedere, legittimamente, di potere accedere ad un prestito, erogato tramite la Sace. 
Ma, non appena la notizia è stata di dominio pubblico (facendo da battistrada ad altri importanti gruppi economici, anch'essi ora in fila per ottenere prestiti), si è aperto un dibattito, diventato ben presto una bagarre, con profili di scontro all'ultimo sangue,  alimentato da chi, ricordando che Fca non è più italiana, s'è detto ideologicamente contrario all'erogazione del prestito.
E, tanto per non farci mancare nulla, nella definizione dei soldatini dei distinti schieramenti, non è certo passata inosservata la posizione assunta da alcuni media, manifestamente vicini al gruppo per la comune matrice della proprietà e che si sono ritrovati accomunati nella difesa della procedura avviata da Fca.
In effetti, dal 2014, il gruppo di Alain Elkan ha lasciato l'Italia dal punto di vista legale (la sua sede è Londra) e fiscale (i Paesi Bassi, dove paga le relative imposte). Un gruppo che, nel 2019, ha avuto un fatturato consolidato di quasi 144 miliardi, con un utile netto di 8,9 miliardi.
Chi s'è scagliato contro l'erogazione del prestito ha preso spunto da questo spostamento in Paesi di più favorevole legislazione fiscale per dire: ma come, prima se ne vanno per risparmiare sulle tasse e, ora, chiedono un prestito di quella entità al nostro Stato? 
Ragionamento emozionalmente giustificato, ma che necessita di qualche precisazione perché Fca, lo scorso anno, ha fatturato in Italia 25,2 miliardi (cosa che gli dà la possibilità di chiedere 6,3 miliardi di euro, essendo il prestito garantito da Sace erogabile sino al 25 per cento dei ricavi), con una massa lavoro nel nostro Paese di circa 54.800 unità, che diventano 400 mila con l'indotto.
Il quesito, quindi, a mio avviso, non è se è moralmente giustificabile la richiesta del prestito dopo avere abbandonato il Paese che ha dato al Fca la possibilità di diventare quel che è, ma se è giusto intervenire per modificare ex post in modo radicale la lettera del decreto, accorgendosi che ai fondi possono accedere società ed imprese che hanno sede sociale all'estero, pur producendo reddito in Italia.
Prestito che non è che viene erogato in base alla gradevolezza dell'immagine di chi lo richiede, ma sulla base della documentazione che attesta che i ricavi maturano in Italia e che l'impresa o la società contribuisce alla creazione di reddito per ''x'' persone. 
Se si intervenisse oggi per frapporre ostacoli alla richiesta di prestito di Fca (ma, aggiungo, di tutte le società che si trovano nelle stesse condizioni fiscali) si costruirebbe l'immagine di uno Stato che viene condizionato da giudizi morali e non invece puramente economici quanto amministrativamente corretti. Sulla finalizzazione dei fondi erogati tramite la Sace lo Stato può e deve vigilare, così come deve fare il Sindacato, tenendo presente che tutte le leggi possono essere migliorate, ma quando si perde la faccia, modificandole perché siano efficaci solo contro un soggetto, è difficile recuperare la migliore immagine.
Certo è che se ci si accorgesse che Fca usa il prestito per prebende da distribuire agli azionisti, allora l'atteggiamento dello Stato italiano dovrebbe cambiare, per evitare un utilizzo improprio del prestito che deve servire solo a sostenere la ripresa dell'attività delle imprese che operano in Italia. 
Potrebbe anche essere impopolare sostenerlo, ma in questo momento storico la scelta è tra il sostenere, sempre e comunque, le imprese che determinano reddito in Italia o abbracciare una deriva intrisa di moralismo, rispettabilissima sin che si vuole, che potrebbe determinare l'allontanamento dal tessuto produttivo italiano di soggetti che sono stati importanti per il consolidamento del quadro economico del Paese.
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