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Piketty: "Affrontare il razzismo, coscienti del passato"

- di: Diego Minuti
 
Mentre un vento di revisionismo storico sta investendo il mondo (almeno quello dove è ancora possibile esprimere le proprie idee senza timore che gli possa accadere qualcosa di brutto) l'economista francese Thomas Piketty, una delle voci più ascoltate in Occidente e che sforna dei bestseller mondiali a cadenza ravvicinata, interviene sull'argomento e lo fa a modo suo, chiedendo al suo Paese di prendere coscienza del suo ''passato coloniale e da schiavista'' e, quindi, "affrontare il razzismo, riparare la storia". Un invito - che è rivolto alla Francia, ma più in generale a tutti i Paesi - a guardare al passato, quindi, con la consapevolezza che il tempo non cancella il ricordo e le colpe.

Piketty, nella seguitissima rubrica che ha su Le Monde, dice, senza tanti giri di parole, che occorre cambiare il sistema economico, basato sulla riduzione delle disuguaglianze.
''L'ondata di mobilitazione contro il razzismo e la discriminazione pone - scrive Piketty - una domanda cruciale: quella delle riparazioni di fronte a un passato coloniale e schiavista che decisamente non passa. Qualunque sia la sua complessità, la questione non può essere evitata per sempre, né negli Stati Uniti, né in Europa''.

Thomas Piketty ripercorre un momento cruciale della lotta allo schiavismo, inteso come sistema economico. Quasi alla fine della guerra civile americana (conclusasi con la sconfitta degli Stati della Confederazione), nel 1865 il presidente che stava per vincere un conflitto che non aveva voluto, Abraham Lincoln, quando ancora si combatteva, promise agli schiavi emancipati che avrebbero ottenuto dopo la vittoria "un mulo e 40 acri di terra", equivalenti a circa 16 ettari.

Un modo per porre rimedio a decenni di schiavitù, cioè di vessazioni, di lavoro massacrante (e naturalmente senza alcun compenso), e consentire ai neri di potere pensare al futuro come uomini liberi e padroni del loro destino anche economico.
Un progetto visionario come, in un certo senso, era anche Lincoln e che, se si fosse concretizzato, ''avrebbe rappresentato - dice l'economista francese - una ridistribuzione agraria su larga scala, a spese in particolare dei grandi proprietari di schiavi''.

Un progetto o forse solo un sogno rimasto tale perché la vittoria, come spesso accade, cancella le promesse che vengono fatte in una particolare contingenza che, se superata, viene dimenticata in fretta.Quel ''mulo e 40 acri'' rimasero, appunto, una promessa e per molti diventò, come dice Piketty, ''il simbolo dell'inganno e dell'ipocrisia'' dei nordisti. Anche perché, alle parole di Lincoln, che avevano aperto squarci di speranza per milioni di neri vissuti sotto la sferza (e non solo metaforicamente) dei loro padroni, non ci fu alcun seguito quando il conflitto si chiuse.
Una promessa non mantenuta che risuona beffarda ancora oggi tra i sostenitori di un ''rinascimento nero'' che faccia giustizia di un modello che ebbe conseguenze nefaste sulle due sponde dell'Atlantico, dove, in una, si viveva da uomini liberi e che, a traversata conclusa, si approdava all'altra da schiavi.

Spike Lee è uno dei registi più noti e, da afroamericano, ha quasi sempre incentrato i suoi lavori sulle problematiche della comunità nera, come ''Malcolm X'' (splendida biografia del predicatore islamico ucciso per mano di suoi correligionari), ''Mo' better blues'' e ''Jungle fever''. E, per fare sì che il ricordo di quella promessa mai onorata non si dimentichi, ha chiamato la sua casa di produzione ''40 Acres & a mule''.

Con la segregazione razziale negli Stati del Sud la condizione di emarginazione dei neri fu accettata, considerata quasi ineluttabile. Quasi che la discriminazione facesse parte dell'ordine costituito.
Ma l'America della democrazia pilastro della convivenza, della Costituzione intangibile e posta al centro del vivere quotidiano; l'America che ha trattato e tratta i neri alla stregua di una minoranza geneticamente rissosa, votata a delinquere, inaffidabile e potenzialmente apportatrice di violenza, ha saputo fare ammenda nei confronti di chi, sia pure in un particolare momento storico, è stato sottoposto a gratuite vessazioni.

Thomas Piketty ricorda, infatti, come ''stranamente, altri episodi storici hanno tuttavia dato origine a un trattamento diverso'', come quando nel 1988, il Congresso approvò una legge che garantiva 20.000 dollari ai nippo-americani che, dopo l'attacco giapponese a Pearl Harbor, furono internati in campi che di fatto erano enormi reclusori, sia pure a cielo aperto e senza restrizioni che non fossero quelle di dovere restare confinati.

Dal 1942 al 1946 circa 120 mila nippo-americani furono internati, dopo essere stati costretti ad abbandonare, nel giro di poche ore, le loro abitazioni ed il loro lavoro. Di essi, nel 1988, quando il provvedimento fu approvato dal Congresso,erano ancora in vita circa 80 mila, ai quali andarono in totale un miliardo e 600 milioni di dollari.
Ai nippo-americani sì, ai neri no.
''Un risarcimento dello stesso tipo pagato alle vittime della segregazione afroamericana - commenta Piketty - avrebbe un forte valore simbolico''.
Quello che, oggi, appare abbastanza sconcertante è che quando uno Stato decise, con una legge, di abolire la schiavitù, si riconobbe un risarcimento per coloro che avevano visto cancellata la proprietà esercitata su altri esseri umani.

Una estremizzazione del concetto di proprietà privata da tutelare sempre e comunque?
Quando la schiavitù fu cancellata in Francia e nel Regno Unito, si decise di risarcire i proprietari. Un provvedimento che non scandalizzò nemmeno quelli che, all'epoca, potevano essere catalogati come ''intellettuali liberali", come Tocqueville o Schoelcher, Il perché, spiega Piketty, era ovvio: ''se priviamo questi proprietari delle loro proprietà (che, dopo tutto, erano state acquisite in un quadro giuridico) senza un semplice risarcimento, allora dove ci fermeremmo in questa pericolosa escalation?''.
Ma la libertà, una volta acquisita per legge da coloro che erano schiavi, non rese la loro vita migliore perché essi dovevano sottostare alle regole del lavoro, andandosi a cercare qualcuno che garantisse loro un contratto a lunga scadenza, senza il quale rischiavano l'arresto per vagabondaggio.

Insomma, i grandi Stati, in un rigurgito di umanità, abolirono la schiavitù, ma non crearono per gli ex schiavi le condizioni minime per una vita dignitosa.
Un passato che - a distanza di un paio di secoli dai primi processi legislativi che portarono all'abolizione della schiavitù - , dopo essere stato apparentemente metabolizzato, oggi torna a fare paura o, quanto meno, a fare sentire la sua voce.

Il riesplodere dei movimenti contro il razzismo si sta portando dietro anche un sommovimento morale contro il retaggio che lo schiavismo s'è lasciato dietro, con un meccanismo di attualizzazione di situazioni che, un tempo, erano accettate, quando addirittura non incentivate.
Lo schiavista di ieri è tanto diverso dall'imprenditore agricolo che manda immigrati illegali a lavorare nelle campagne, per pochi centesimi di euro per ciascuna cassetta di frutta raccolta? L'imprenditore che acquista, a bassissimo prezzo, abiti confezionati in angusti capannoni da manovalanza cinese, priva di qualsiasi assicurazione o assistenza medica è distante da quelli che sfruttavano i neri nelle piantagioni?

È un discorso estremizzato, ma in un momento in cui anche solo il sospetto di essere stato vicino allo schiavismo determina la messa al bando è forse il caso di cominciare a riflettere.
Un ultimo esempio arriva dal Canada, da Montreal, dove, in poche ore, ha raccolto duemila firma una petizione on line per rimuovere, dal campus dell'università a lui intitolata, la statua di James McGill, accusato oggi - a distanza di due secoli e mezzo dalla morte - di essere stato (lui che era commerciante) proprietario di schiavi, quando la schiavitù era accettata da tutti.
Qualsiasi albero starebbe meglio della statua di McGill, si legge nella petizione.

James McGill - scozzese d'origine ed emigrato in Canada nel 1766, ad appena 22 anni - oggi accusato di schiavismo, fu illuminista, filantropo, sostenitore dell'istruzione pubblica e della necessità di creare una assemblea legislativa come primo mattone per l'edificazione della democrazia e infine, in punto di morte, finanziatore per la istituzione di una università, appunto quella a lui intitolata, forse la migliore del Canada e dalle cui aule sono usciti fior di scienziati ed uomini politici.
La domanda è se essere stato ''anche'' schiavista legittima la sua cancellazione dalla Storia.
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