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Covid-19: parenti vittime mettono sotto accusa preventiva la magistratura

- di: Diego Minuti
 
L'iniziativa di parenti di alcune delle vittime che il Coronavirus s'è lasciato dietro a Bergamo e Brescia, che si sono rivolti all'Unione europea chiedendo che vegli sull'accuratezza delle inchieste sulle strategie di contrasto al Covid-19, ha dato un'altra, anzi l'ennesima spallata all'immagine del nostro Paese. Che se ha saputo contrastare con efficacia l'espandersi del contagio, non ha, contestualmente, saputo mettersi al riparo dalle critiche e dalle accuse su ritardi ed inadempienze che avrebbero contribuito in modo decisivo alle cifre della pandemia. Tanto che i parenti delle vittime hanno addirittura ipotizzato che, nella gestione dell'emergenza, almeno in Lombardia, ci siano stati crimini contro l'umanità.

Quando si perde una persona amata, ed in circostanze drammatiche, è umano cercare eventuali colpe e denunciare, nelle forme che si ritengono più efficaci, eventuali responsabilità. Ma questa volta il discorso è diverso perché un gruppo di cittadini italiani ha chiesto ad un ente sovranazionale di attivarsi per evitare - perché è di questo che si tratta - insabbiamenti o manipolazioni della verità mirate a ché non finiscano sotto accusa lo Stato o le sue articolazioni territoriali.

Le istituzioni europee nulla hanno a che fare con le modalità con le quali le singole magistrature conducono inchieste, ma possono esprimere un loro giudizio se vengono investite, come Corte per i diritti dell'Uomo, di casi in cui si ritiene che, nel corso di un procedimento conclusosi con un processo e quindi una sentenza, siano state violate elementari norme di tutela dell'individuo. Il caso dei parenti di vittime delle due città “martiri” del Coronavirus è diverso perché, mentre ancora le inchieste sono alle prime battute e l'opera dei magistrati si presenta difficilissima (come in tutti quei casi in cui le decisioni politiche, o prese da politici, determinano eventi che potano nocumento a qualcuno), già si dice che le indagini potrebbero essere inquinate, potrebbero essere manovrate dall'esterno per evitare che, sul banco degli imputati, finiscano i veri responsabili, lasciando quindi in pasto all'opinione pubblica personaggi di secondo piano. Che possono avere anche delle responsabilità, ma marginali rispetto a quelle di chi, per imperizia, presunta furbizia o criminale visione della politica, ha spianato la strada alla strage da Coronavirus.

Allo stato attuale delle indagini non si possono fare delle previsioni su quale sarà il loro esito, anche perché, essendo molte le procure che stanno lavorando, non è detto che le conclusioni dei magistrati inquirenti alla fine coincidano. Nel senso che non necessariamente nell'accaduto si potrebbero individuare comportamenti penalmente rilevanti.

Ma una cosa forse è il caso di dirla: in questo modo si anticipa già ora un giudizio di merito su come si stanno conducendo le inchieste sul covid-19 e le sue conseguenze, quando ancora le indagini sono all'inizio. E', a mio avviso, non un allarme lanciato da chi teme che le inchieste non siano condotte con la necessaria serenità, ma un modo per fare pressione sui magistrati. Questa dietrologia che ormai permea ogni aspetto pubblico dello Stato, seppure confermata dai ripetuti episodi di corruzione che vengono alla luce e che coinvolgono funzionari di bassissimo livello come di altissimo rango, non può colpire a priori magistrati che, sino a prova del contrario, lavorano ogni giorno per difendere le nostre Istituzioni. Lasciamoli lavorare e solo dopo, solo se si ravvisano irregolarità nella conduzione delle inchieste, si chiederà ad essi ragione del loro agire.

Ma dire oggi che l'Ue deve vegliare sulle inchieste mina non l'immagine dei singoli magistrati, quanto uno dei pilastri del nostro Stato, quell'ordine giudiziario che, sia pure tra mille difficoltà, cerca di onorare, quotidianamente, il giuramento di difendere la nostra Costituzione.
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