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Covid-19: USA, ecatombe di centri commerciali

- di: Diego Minuti
 

Mentre il suo presidente combatte gli effetti del Coronavirus suggerendo strampalate terapie (bocciate da medici e scienziati), continuando a giocare tranquillamente a golf, infischiandosene del fatto che ormai i morti negli Stati Uniti sono a quota 100 mila, l'America si trova a dovere ripensare l'approccio che, negli ultimi quarant'anni e più, ha avuto con il settore del commercio al dettaglio, oggi in crisi profonda, tanto che i centri commerciali, desolatamente vuoti di potenziali compratori, stanno chiudendo uno dopo l'altro.

Le restrizioni negli spostamenti, ma soprattutto i contraccolpi negativi dell'epidemia nelle economie domestiche, che hanno ristretto i margini di spesa dei singoli nuclei familiari, hanno innescato una effetto domino che è andato ad impattare in una situazione già molto critica. Lo scorso anno, infatti, cioè in un periodo senza emergenze di alcun genere (anzi, con un tasso di occupazione a livelli record) , negli Stati Uniti ci sono stati novemila fallimenti di imprese commerciali. Un numero che, seppure rapportato ad un tessuto commerciale molto vasto, articolato e composito, resta altissimo. 

Ma, come si potrebbe commentare, tali chiusure potrebbero essere considerate fisiologiche, poiché in tutto il Nord America la ''mortalità'' commerciale è un fenomeno normale, con avvicendamenti frequenti nella titolarità delle licenze, che preludono alla chiusura di un esercizio, cui segue la riapertura a distanza di poco tempo con altro nome.

Ma la crisi da Coronavirus ha stravolto questo quadro, accentuando i dubbi sul futuro del sistema dei centri commerciali che offrono decine di opportunità per gli acquisiti. Così come accaduto negli anni passati, quando le crisi economiche si sono manifestate in modo evidente, il modello ''mall'' è entrato in crisi nel suo rapporto con la gente e di questo stanno facendo le spese le grandi catene che, sempre più in difficoltà, fanno ricorso alle tutele previste dalla legge sui fallimenti. 

Il tutto a conferma che il commercio tradizionale sta perdendo la sua sfida con quello elettronico, che, grazie anche ad una organizzazione che, almeno al momento, non mostra falle, riesce a restituire intatta la fiducia che i compratori gli riservano.

Nel giro di poche settimane almeno tre grandi catene, JC Penney, Neiman Marcus e J. Crew hanno chiesto la protezione della legge fallimentare, non essendo più in grado di garantire i propri dipendenti e i creditori.

È quella che i media americani hanno battezzato efficacemente ''l'apocalisse'' del commercio al dettaglio. La gravità di questa delicatissima contingenza è confermata dal fatto che le catene ed i marchi che ora hanno dovuto chiudere i battenti erano riusciti a superare altre gravissime crisi per poi ripartire. Non questa volta dove le prospettive di ripresa sono ritenute talmente esigue da consigliare di portare i libri in tribunale per evitare guai peggiori (negli Stati Uniti giochetti sul meccanismo dei fallimenti sono soggetti a pene severissime). La catena di grandi magazzini per abbigliamento, accessori e cosmetici JC Penney, fondata nel 1902 e sopravvissuta alla Grande Depressione degli anni Trenta, era arrivata ad impiegare 200.000 persone (oggi erano 85 mila).

Per potere accedere ai 900 milioni di dollari garantiti dai creditori per la ristrutturazione, JC Penney sarà costretta a chiudere, entro quest'anno, 200 dei suoi negozi ed altri 50 nel 2021, di fatto dimezzandone il numero attuale. La storia di JC Penney è uguale a quella di un'altra catena, questa del lusso, Neiman Marcus, costretta a dichiarare fallimento dopo 113 anni di esistenza, dopo avere licenziato 14 mila dipendenti, messa con la spalle al muro dal fatto che i suoi negozi - ad eccezione di quelli della Florida - sono chiusi da marzo

La crisi si è abbattuta anche sul marchio J.Crew, che aveva visto le sue vendite tornare a crescere dopo che Michelle Obama aveva adottato la sua linea di abbigliamento, la BCBG. Oggi ha 132 negozi, ma anche debiti per un miliardo e 650 milioni di dollari, che spera di riconvertire con un accordo con i creditori. Ma tutto lascia pensare che sarà costretto a fortissimi tagli nei punti vendita e, quindi, anche nei dipendenti.

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