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Lo sviluppo riparte solo con gli investimenti

- di: Massimiliano Lombardo
I recenti e ripetuti disastri che popolano le cronache di questi mesi, dai crolli di ponti e viadotti alle crisi di impresa, rendono evidente una emergenza nazionale su due ambiti che sono decisivi per lo sviluppo del nostro Paese: infrastrutture ed investimenti produttivi.
Per lungo tempo si è dibattuto di “questione meridionale”, il divario messo in luce nella seconda metà dell’Ottocento dagli studi di Pasquale Villari e ripreso dalla nota inchiesta di Franchetti e Sonnino nel 1876, dove si denunciava la condizione di arretratezza socio economica del Sud, ancorato ad un’economia agraria di stampo feudale, nei confronti delle regioni del Nord in cui si era avviato un processo di modernizzazione e sviluppo del settore industriale mediante la meccanizzazione dei processi produttivi ed investimenti nel settore delle infrastrutture (ferrovie, strade, porti). La ricetta per affrontare questo divario fu, sin dalle politiche di Giolitti di inizio ‘900, quella di puntare sulle riforme economico-sociali, amministrative e gli investimenti in infrastrutture e industria; abbiamo poi visto che gli sperperi e l’inefficienza del secondo dopoguerra, iniziati con la Cassa del Mezzogiorno e andati avanti sino all’utilizzo dei fondi strutturali europei nei giorni nostri, non hanno prodotto soluzioni stabili e durature al problema.
Ma quella che ieri era una questione limitata all’ambito territoriale meridionale, diventa sempre più col passare del tempo una “questione nazionale”.
I crolli infrastrutturali e le crisi aziendali riguardano tanto il Sud quanto il Nord: non solo i viadotti in Sicilia, ma anche il ponte a Genova o sull’A6 Torino-Savona; non solo l’Ilva di Taranto e la Whirlpool di Napoli, ma anche la Embraco di Chieri e i tanti tavoli aperti nell’ex triangolo industriale.
In un mondo che è profondamente cambiato, sia nelle strutture sociali che in quelle economiche, rispetto ad un secolo fa la ricetta non può essere la stessa.
Occorre partire certamente da un’iniziativa pubblica, ma questa non può essere limitata all’iniezione di risorse finanziarie (che peraltro scarseggiano e s’è visto nel recente passato possono essere disperse in mille rivoli improduttivi). Bisogna avere chiare le cause e diversificare le soluzioni, in base alle priorità: dunque un piano nazionale di azione che metta in fila le risorse e le distribuisca secondo le differenti esigenze e precedenze. 
Tre sono le grandi priorità ed al tempo stesso i tre grandi problemi della società e dell’economia italiana: la bassa produttività (soprattutto nei servizi e nell’amministrazione), l’invecchiamento delle infrastrutture e l’invecchiamento della popolazione. Ve ne sono tanti altri di problemi, ma questi appaiono quelli più profondamente strutturali, la cui soluzione è in grado di condizionare gli altri, primo fra tutti quello maggiormente sentito sulla vita dei cittadini: il lavoro, diritto costituzionale fondamentale, imprescindibile per la crescita ed il benessere individuale e sociale, la cui tutela non può però essere assicurata solo ed esclusivamente dall’alto, ma deve essere il frutto di un complesso di azioni e condizioni di contorno.
Il Sud soffre maggiormente, per l’ovvia considerazione che parte da una condizione di retrovia rispetto al Nord, sia per quanto riguarda le infrastrutture, già deficitarie in quantità ed inoltre obsolete, sia per quanto riguarda gli indici di produttività, anch’essi influenzati negativamente da un tessuto imprenditoriale e amministrativo deficitario in confronto al Nord.
L’obsolescenza delle infrastrutture economiche (reti stradali e ferroviarie in primo luogo, senza dimenticare il patrimonio edilizio e i servizi di pubblica utilità) è trasversale, avvertita in tutto il territorio nazionale. Così come il tema dell’invecchiamento della popolazione, sia per gli indici di natalità (ormai in questo il Sud va allineandosi al resto d’Italia, anche per le incertezze sul lavoro e la mancanza di politiche di assistenza sociale alle famiglie), sia per il rinnovato aumento dei flussi di emigrazione giovanile. L’impoverimento culturale, che deriva dal massiccio allontanamento dei giovani, laureati e diplomati, dalle regioni di origine, è ormai un fenomeno da trattare come una vera emergenza nazionale: a fianco dell’invecchiamento della popolazione residente si pone infatti il problema della perdita del capitale giovanile e produttivo, che assume proporzioni drammatiche nel Sud del Paese ma da cui anche il Centro-Nord non è più esente. Grandi problemi richiedono grandi soluzioni: poiché la speranza è una delle virtù a cui occorre fare riferimento di questi tempi, l’auspicio è che la classe politica nazionale sia in grado di passare dalla attuale cacofonia ad una armonica polifonia, dimostrando capacità di conduzione d’orchestra ed uso sapiente degli accenti. Così, ad esempio, mettendo mano nell’agenda nazionale ad un decisivo piano di investimento nelle infrastrutture sociali per il Mezzogiorno (istruzione, sanità, edilizia sociale), e di ammodernamento e ristrutturazione delle infrastrutture economiche in tutto il Paese, rafforzando la capacità delle amministrazioni locali di favorire e gestire questi investimenti anche ad un livello micro e diffuso sul territorio. Si stima che il 75 per cento della riduzione degli investimenti pubblici nell’ultimo decennio è dovuta al calo delle opere realizzate dalle amministrazioni locali che, nella media europea, rappresentano intorno ai 2/3 del totale degli investimenti pubblici. Questo è dovuto in parte al taglio dei trasferimenti agli Enti locali (seguito dall’inserimento del pareggio di bilancio in Costituzione), ma anche alla ridotta capacità amministrativa di progettare, pianificare e gestire interventi sul territorio.
Se si vuole recuperare credibilità al rapporto tra politica e cittadini (e contrastare le pulsioni di chiusura, siano esse chiamate “populismi” o sovranismi”), è indispensabile partire da qui, dall’aumentare non solo la quantità ma anche la percezione degli investimenti sul territorio, i quali devono essere diffusi e visibili, posto che una riduzione degli investimenti di tali proporzioni - e la emorragia di posti di lavoro e di benessere che ne consegue - crea inevitabilmente disaffezione dei cittadini verso lo Stato (e l’Europa).
Si comprende come la partitura sia complessa e richieda linee di azione diverse e convergenti, che vadano dalle riforme in campo amministrativo, economico e sociali alle politiche fiscali, anche (ma non solo) con l’aiuto dell’Europa; gli strumenti sono tanti, oltre al classico “fondo perduto” le garanzie pubbliche, gli incentivi fiscali, le clausole di salvaguardia per gli investimenti, gli organismi di gestione. Ma quello che più conta è il capitale umano: un Paese che invecchia, che perde la speranza è un Paese che non ha futuro. Diceva Albert Einstein che la mente è come un paracadute: funziona solo se si apre. E’ in questa apertura che, in fondo, risiede l’essenza della questione nazionale.
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