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La luce in fondo al tunnel

- di: Massimiliano Lombardo
 
Pensare al futuro è un imperativo del presente. Lo è ancora di più in questi giorni, in cui il presente ci appare un tempo sospeso, congelato, chiuso. La più alta autorità morale del pianeta - e forse politica, nel senso nobile di politeia, riferito al bene comune di tutti - Papa Francesco, ha parlato di una “tempesta inaspettata e furiosa” che lascia scoperte le sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre priorità, che vanno quindi ripensate tenendo presente che “non siamo autosufficienti, da soli affondiamo”. Un’altra grande personalità, la cui autorità economica è indiscussa, Mario Draghi nel noto editoriale sul Financial Times ha detto senza mezzi termini che “siamo in guerra contro il coronavirus, dobbiamo agire”, e farlo subito perché il costo dell’esitazione potrebbe essere fatale. Dati questi autorevolissimi richiami, ed i molti altri che ogni giorno si succedono da parte di studiosi, politici, economisti, è allora il caso di ripensare bene ed ora al nostro futuro, cogliendo l’opportunità che ogni post-bellum porta con sé: dopo le macerie la necessaria e inevitabile ricostruzione. Un piano straordinario di ricostruzione del tessuto sociale, produttivo, infrastrutturale europeo, perché come ricordava Draghi in quello che dovrebbe essere considerato un vero e proprio manifesto per la ricostruzione, gli sconvolgimenti che stiamo affrontando non sono ciclici, ma derivano da una catastrofe mondiale imprevedibile e di proporzioni immani, per affrontare la quale occorre, testualmente, un “cambio di mentalità”. Sarà quindi il sistema economico del capitalismo degli ultimi venti anni a dover essere ripensato, dovremo assistere necessariamente ad un nuovo paradigma economico, in cui il ruolo pubblico assumerà ancora, come nel dopoguerra, un’importanza cruciale ed insostituibile. Il settore privato, delle industrie, delle imprese e delle famiglie, in assenza di una copertura pubblica di integrazione dei redditi e delle perdite, non potrà resistere. Ci sarà un forte incremento del debito pubblico, che dovrà essere mutualizzato e gestito a livello europeo nelle diverse forme che si stanno individuando (dalle emissioni di obbligazioni comuni, ai programmi di acquisto della BCE, allo stimolo monetario, alle garanzie pubbliche fino, in certi settori, alle temporanee nazionalizzazioni). Perché, come si diceva, nessuno si salva da solo, e questo vale anche per gli Stati nazionali, troppo piccoli per assorbire l’onda d’urto della crisi. E vale ancor più per l’Italia, il cui debito pubblico, sinora sostenibile in tempi di pace, potrebbe non esserlo più in tempi di guerra, con la tempesta perfetta del calo delle entrate, della produzione, della spesa, dei redditi, degli investimenti, da un lato, e l’aumento del debito dall’altro. Pochi ricordano che quello conosciuto come “piano Marshall” era denominato “piano per la ripresa europea” (“European Recovery Program”), messo in campo dagli USA per aiutare l’Europa dopo i disastri della seconda guerra mondiale. L’entità degli aiuti, ingente per l’epoca ma che farebbe sorridere oggi (14 miliardi di dollari in 4 anni), era volta ad impedire un gravissimo deterioramento delle condizioni politiche, economiche e sociali di questa parte del mondo occidentale. Lo stesso rischio che si corre oggi, se l’intervento non sarà rapido, ingente, mirato ed efficace, perché l’avvitamento della crisi determinerebbe una serie di gravi instabilità nell’ordine politico, economico e, soprattutto, sociale. La parola crisi viene dal greco krisis (scelta), da krino (distinguere): dunque la crisi, depurata dal connotato pessimistico cui viene comunemente associata, non è altro che un momento di scelta, di decisione forte, da operare sul delicato crinale tra pericolo e opportunità. La decisione, nelle società organizzate, compete alla politica ed alle istituzioni, che in breve tempo vedremo se siano all’altezza di scelte epocali, difficili e coraggiose, sia a livello nazionale che, soprattutto, europeo, che garantiscano la sopravvivenza delle istituzioni così come le abbiamo conosciute, nel breve termine, rendendo possibile, nel medio e lungo termine, un miglioramento. Non v’è dubbio che questa crisi costituisca l’occasione per cambiare le persone e le istituzioni, modificando l’ordine e la percezione delle priorità, sul piano personale (la gestione del tempo, sempre affannato e distratto, magari regalerà ad ognuno di noi momenti di concentrazione sul presente, su ciò che ci è caro) e sul piano sociale ed istituzionale. I cittadini avranno ancora una maggiore consapevolezza ed aspettativa del ruolo dello Stato, vorranno vedere che è presente ed investe su ciò che è più prezioso per la vita pubblica: la salute, il lavoro, la ricerca per garantire un ambiente sicuro per tutti. Le imprese si attenderanno dallo Stato e dall’Europa efficaci, effettivi e rapidi sostegni alla domanda, al credito, agli investimenti, allo sviluppo, che siano rimossi molti superflui vincoli burocratici ed attuata una più equa distribuzione del carico fiscale. Nella lista ideale delle priorità su cui investire ed a cui dedicare i grandi sforzi, le risorse ed il debito che andremo a contrarre, non potranno mancare quindi: industria, infrastrutture, lavoro, salute, ricerca, ambiente. Se tutto questo avverrà, se vi sarà questo “cambio di mentalità”, per far sì che il mondo uscito dalla crisi sia “migliore” rispetto a come vi è entrato, le istituzioni e la politica dovranno fare i conti con il fatto che nel futuro il consenso si misurerà con questi risultati, e così facilmente si costruirà o si distruggerà. Ci auguriamo che questo avvenga, che la crisi sia una scoperta di nuove opportunità e non il presagio di eventi più funesti, che quindi quella che si vede in fondo al tunnel sia una luce vera, e non il riflesso dei lampi di un’altra tempesta (economica e sociale, ancora peggiore di quella sanitaria), che ci viene incontro in direzione opposta.
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