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Italia, la vera priorità: rilanciare gli investimenti

- di: Roberto Pertile

Per gli avversari politici, il nuovo governo è il risultato di una operazione di trasformismo al solo fine dell’occupazione del potere. Un governo, cioè che è espressione di forze politiche più sopravvissute che fondatrici di una nuova società. Da qui, la domanda, sempre più diffusa, della nascita e sviluppo di nuovi soggetti in grado di riprendere il cammino interrotto della crescita sociale e democratica del nostro paese.
Il “leit-motif” della critica politica è che la politica di oggi pensa, in primo luogo, all’occupazione del potere e che non sappia affrontare l’attuale disagio sociale, dando risposte strutturali alla crisi. Perseguirebbe, invece, interventi alla giornata che ripropongono vecchie formule di assistenzialismo.
A questo proposito, l’Italia si presenta come un sistema produttivo complesso, dentro il quale l’impresa potrebbe essere protagonista di una nuova stagione di cambiamento e di rinnovamento. Potrebbe spingere nella direzione di un’economia più equa. Un’impresa come luogo di valori.
Adriano Olivetti diceva che “gli aspetti etici ed economici di ogni impresa non debbano essere disgiunti da quelli estetici, in cui si rivelano nuove dimensioni dell’uomo (A. Olivetti, Discorsi di Natale, Ed. Comunità 2017).
Inoltre, l’impresa di respiro internazionale rappresenta oggi uno dei pochi ascensori sociali esistenti; può essere un luogo essenziale di istruzione e di formazione; può essere “lievito” (A. Calabrò, L’Impresa riformista, Ed. Bocconi) di nuovi equilibri sociali.
La nuova dimensione dell’impresa, inoltre, rende consapevoli che il profitto necessita di una nuova legittimazione sociale, dopo il crollo ideologico del libero mercato, provocato dalla crisi del 2008. Il mondo del lavoro sta radicalmente cambiando. 
Francesco ed Enzo Rullani (“Dentro la rivoluzione digitale” ed. Giappichelli 2019) evidenziano che siamo di fronte ad un percorso di “co.evoluzione” tra uomini e macchine, cioè assistiamo ad una nuova dialettica tra l’intelligenza artificiale delle macchine e quella dell’uomo.
La macchina cesserebbe di essere un semplice mezzo e, emancipandosi dall’uomo, diventerebbe, invece, un automatismo capace di vincolarlo, di condizionarlo e di influenzarlo
Francesco e Enzo Rullani sottolineano che il lavoro fin qui conosciuto (sicuro, tutelato, remunerato adeguatamente) lascia spazio a nuove forme di lavoro (non sempre tutelate e remunerate), che mettono fuori gioco numerosi lavoratori così da poter definire l’intelligenza artificiale una “tecnologia distruttiva”.
A questo proposito, gli esperti dicono anche che i nuovi algoritmi derivanti dall’Intelligenza Artificiale possono essere in grado di fornire un grande aiuto all’emancipazione dell’uomo, che diventa più intelligente.
Ne discende la necessità di un’etica aziendale e sociale che protegga l’uomo e la sua intelligenza: se l’intelligenza artificiale non si sostituisce a quella  umana può essere un supporto prezioso alla sua crescita intellettiva.
La sfida diventa, ogni giorno di più, la capacità di “governance” di un sistema ipercomplesso.
Ci stiamo avviando, cioè, verso un nuovo mondo del lavoro che presuppone un nuovo patto sociale che si traduca in un ambizioso piano di investimenti.
Invece, fino ad oggi, la promozione dei consumi è stata al centro delle politiche del lavoro. Questa è stata la caratteristica del modello di crescita che ha segnato gli anni cinquanta e sessanta, gli anni del miracolo economico. Va, riconosciuto che questo modello ha permesso non solo lo sviluppo economico, ma soprattutto la crescita democratica grazie alla legittimazione della democrazia da parte di tutti i ceti sociali.
In merito a questa politica fatta dai primi governi repubblicani, più di uno studioso ha evidenziato la diversità delle scelte tedesche rispetto a quelle italiane. Infatti, in Germania, in quegli anni, furono privilegiati gli investimenti nel sistema della produzione rispetto alle politiche di promozione dei consumi, soprattutto domestici.
La scelta di allora di De Gasperi è da ritenersi saggia: l’Italia era in condizioni di povertà diffusa in tutto il territorio nazionale e la recente democrazia aveva necessità di una larga legittimazione mediante la soddisfazione di nuovi bisogni, soprattutto familiari, dal frigorifero all’automobile. La politica Degasperiana ha dalla sua il “miracolo economico”.
Così per il passato. Attualmente, lo scenario nazionale ed internazionale è radicalmente mutato, dal punto di vista sia economico, sia sociale. L’attuale contesto concorrenziale non è confrontabile con quelli del passato. L’ evoluzione dei processi produttivi odierni modifica i termini della concorrenza in continuazione, ed è trainata dalla nuova frontiera digitale.
Questo contesto tecnologico e la scelta di adottare il libero mercato quale punto di riferimento anche per gli equilibri sociali, opzione esercitata da vari governi italiani, a partire dal crollo del muro di Berlino, hanno avuto l’effetto di collocare l’Italia ai margini della competitività mondiale, riducendo la sua capacità di creare ricchezza; in altri termini è messo in discussione il potere di acquisto degli italiani, la cui difesa passa per un nuovo modello di bene comune, che preveda una crescita economica duratura e un riequilibrio sociale, dando la priorità agli investimenti sui consumi.
Ci vuole, cioè, un piano di investimenti in uomini, cioè in formazione professionale permanente; nella lotta alla povertà educativa; nel capitale umano, nelle aziende per incentivare la nuova produttività digitale in un’ottica virtuosa di sostenibilità della dignità del lavoratore; nel favorire il finanziamento dell’economia reale rispetto alla speculazione finanziaria; nell’investire nell’educazione dei giovani, specificatamente nell’educazione della personalità; sui consumi personali prevale piuttosto un grande piano di investimenti a tutela dell’ambiente.
Significativo a questo proposito è quanto scrive Linda Lanzillotta in “Il Paese delle mezze riforme” (Ed. Passigli) in merito alle politiche di spesa che si fanno in Italia, dove si preferisce spendere più nella spesa corrente che negli investimenti in ricerca e sviluppo, dando priorità di scelta e di indirizzo in base alle utilità del soggetto gestore della spesa.
Solo con una accorta politica di investimenti, si può ottenere un aumento di produttività e di competitività del sistema in grado di recuperare il gap attualmente esistente con le economie più forti.
Sull’utilizzo economico di questo recupero di competitività andrebbe innestato un patto sociale finalizzato alla riduzione delle attuali disuguaglianze. La nuova competitività potrebbe essere la base per l’accettazione di una politica economica e sociale a medio termine che dia nuova solidità al sistema economico e sociale. Così, l’illusione del benessere facile, cederebbe davanti alle prospettive di un futuro solido, frutto di un mondo del lavoro innovativo.
Seguendo questa linea politica, l’attuale Governo smentirebbe le facili accuse di trasformismo alla luce degli innegabili e incontestabili risultati.

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