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Isis, la guerra a pezzetti

- di: Guglielmo Quagliarotti
Mentre Stati Uniti, Cina e Russia rafforzano, sia pure con strategie che riflettono le diversità storico-culturali, il loro ruolo sulla scena internazionale, l’Unione Europea appare ancora fortemente condizionata dalle politiche di austerity e dall’esito delle varie elezioni in corso nei paesi del vecchio continente tra i quali spiccano ora quelle dell’Italia e della Francia dopo la <parziale> vittoria della May in Gran Bretagna e di Macron a Parigi. Un quadro di gravi incertezze istituzionali non disgiunte dalle profonde divisioni tra i vari paesi europei (con Brexit in primo piano) che vedono schierati politicamente <globalizzatori> e monetaristi da una parte e <populisti> sul fronte opposto. Ma, ancora più preoccupante è il fatto che l’intero pianeta continua ogni giorno ad essere scosso dagli attentati terroristici dell’Isis e dai venti di guerra in Medio Oriente. Con il Califfato che battendo in ritirata da Mosul e in tutta l’area a ridosso della Siria, sta ormai trasferendo in Occidente (grazie all’infiltrazione dei <lupi solitari> quella che Papa Francesco ha definito lucidamente una <guerra a pezzetti>, destinata a durare realisticamente per un lungo periodo. Uno scenario, dove a rappresentare lo stato di frustrazione psicologica di un’Europa sotto violento attacco (dopo i clamorosi errori dell’attacco alla Libia e delle <primavere arabe>) bastano solo le mani alzate dentro Notre Dame o i 1500 feriti di Torino. Per non parlare dei costi sia in termini di vite umane che economici legate agli sbarchi di immigrati sulle nostre coste.

E’ tutt’altro che irrilevante osservare nel contesto internazionale, il diverso <modus operandi> dei big mondiali sul fronte della politica estera. Se il <sanguigno> Trump (che ha già messo nel mirino Messico, Corea del Nord, Qatar e ora l’Iran equiparato all’Isis) rispecchia la virulenza muscolosa dei cow-boys americani, il colosso cinese (che vanta secoli di raffinatezza orientale ma anche di astuti mercanti) ha capito che per conquistare il pianeta non occorre ripetere il Vietnam ma bastano accordi commerciali come il Wto, la Via dela Seta e il possesso delle terre rare in Africa o in Groenlandia). Quanto alla Russia, Putin mira niente di più che a continuare la politica imperiale degli zar, ovvero dell’espansione anche territoriale (vedi Ucraina) della Grande Madre Russia.

A dominare in ogni caso il quadro geopolitico del pianeta resta sempre la <polveriera> dei paesi arabi. Con Kissinger (uno dei protagonisti della politica estera mondiale che di recente ha dichiarato: <Chi non sente i tamburi di guerra in Medio Oriente, vuol dire che è diventato sordo>. In realtà, se si pensa che fino a pochi lustri or sono, era possibile ad un inviato di un giornale (come è accaduto al sottoscritto) di <girare> per questi paesi (sia pure sotto scorte di <macchine> munite di mitragliatrici pesanti) in paesi come la Siria, Algeria, Yemen, Turchia, Sudan, Kuwait, ecc, appare evidente che ormai si è chiusa una pagina della Storia con una nuova e più drammatica narrazione di quest’area geografica. Specie dopo il mega accordo economico degli Stati Uniti con l’Arabia Saudita e paesi del Golfo che hanno isolato il Qatar, accusato di avere buoni rapporti con l’Iran e di ospitare una emittente troppo schierata come Al Jaazira. E’ un fatto certamente significativo che dopo l’accusa di Trump di condividere la visione di Riad (che aveva equiparato la lotta all’Isis a quella contro l’Iran) sono arrivati gli attentati a Teheran contro il Parlamento e il mausoleo di Komeini mandando in tilt i tentativi del riformista Rohani di spezzare l’isolamento dopo la fine delle sanzioni internazionali a inizio 2016.

Italia tra ripresa e incognita elezioni
Anche se il premier Gentiloni ce la sta mettendo tutta per uscire dalle secche della crisi (<L’Italia sta accelerando la crescita – ha sottolineato di recente – per merito dei consumi e dei servizi>) superando i pericoli segnalati da Bankitalia (non solo i lacci legati alla disoccupazione ma quelli relativi al debito pubblico e ai crediti deteriorati del sistema bancario, è ormai abbastanza chiaro che sull’Italia pende la spada di Damocle delle elezioni e delle ormai kafkiane vicende legate alla scelta del sistema elettorale. In soldoni, significa che solo in autunno inoltrato verranno sciolti i nodi della <manovrina correttiva> da 3,4 miliardi imposta da Bruxelles e del documento di economia e finanza.

L’unica certezza, mentre il quirinale h mostrato di non gradire troppo l’azzardo delle urne è che sicuramente qualcuno dovrà predisporre a ridosso anche della legge di stabilità, la legge di Bilancio del 2018 da inviare alle Camere sia che si tratti, di Gentiloni che del nuovo governo uscito dal voto. Non è nemmeno esclusa una riduzione del carico fiscale (avvicinandosi le elezioni) con un decreto già dal mese di luglio. Palazzo Chigi non esclude inoltre l’obiettivo di contrattare con la Commissione Europea guidata da Junker un accordo per vere maggiore spazio di deficit al fine di promuovere investimenti e tagliare tasse alle famiglie. Intanto, per rispettare il traguardo del calo del deficit 2018 dal 2,1% all’1,2, massimo 1,4%, comporta la necessità per il governo di trovare 15 miliardi. Con il pericolo di un aumento dell’Iva di circa 19,6 miliardi (ridotti a 15,2 per effetto delle manovrine previste dalle clausole di salvaguardia imposte da Bruxelles. Sul carico dell’Iva è da registrare però un successivo intervento del ministro Calenda volto a scongiurare con Padoan una iniziativa di inasprimento fiscale, certamente non in linea con il rilancio dell’economia. Se poi si vuole affrontare la riduzione del cuneo fiscale delle quote Irpef, occorreranno almeno altri 6 miliardi. Il quadro disegnato dal Def appare dunque di puro contenimento senza sciogliere cioè le incertezze che vedono l’Italia nel fanalino di coda dell’Europa. Senza contare poi lo stock di debiti della Pubblica Amministrazione pari a 64 miliardi verso le aziende e ciliegina sulla torta, la decisione della Corte dei Conti che indagando sull’operato del Tesoro del governo Monti in relazione alla clamorosa inchiesta sui 4,1 milioni di derivati nella gestione del debito pubblico affidato a Morgan Stanley, ha richiamato la responsabilità dello stesso senatore a vita quando sedeva a Palazzo Chigi nel pagamento di quei contratti impropri o meglio <speculativi>.
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