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Intervista a Ugo Ravanelli, Amministratore Delegato di Italian Exhibition Group

Italian Exhibition Group (IEG) è leader in Italia per manifestazioni fieristiche organizzate e tra i principali operatori europei del settore fieristico e dei congressi. I risultati del bilancio consolidato al 30 settembre 2018 presentano tutti segni più: +22%i ricavi (saliti a 111,8 milioni di euro), l’indicatore Ebitda salito a 22,3 milioni rispetto ai 16,5 dello stesso periodo 2017), l’Ebit a 14,2 milioni rispetto ai precedenti 9,4. Qualche preoccupazione che nel passato era stata manifestata per il settore fieristico davanti a questi numeri sembra tramontata. Oppure IEG è quella che si usa definire “una splendida anomalia?”. Quali sono gli ingredienti principali del vostro successo?
I valori complessivamente espressi dalle fiere sono la concreta risposta per chi ha tentato argomentazioni critiche sul loro rappresentare occasione strategica e fattuale di sviluppo del business. Per IEG parlano i numeri, la nostra capacità di fare impresa in uno scenario generale che necessita però di una razionalizzazione della proposta italiana sui mercati mondiali - ad oggi parliamo di quasi 200 manifestazioni internazionali - che la fortifichi e la renda più competitiva. Il Paese ha potenzialità e prodotti, dobbiamo solo prenderne piena coscienza e agire di conseguenza.

IEG, oltre alle proprie strutture di Rimini e Vicenza, autentiche eccellenze del settore, negli ultimi anni ha avviato un importante percorso di espansione all’estero, anche attraverso la conclusione di joint venture con operatori locali (ad esempio negli Emirati Arabi, in Cina, negli Stati Uniti e in Brasile). Come sta andando questo processo di espansione e quanto conta oggi nella produzione dei ricavi del gruppo? In questo settore ritiene indispensabile internazionalizzarsi?
L’internazionalizzazione è la pietra angolare di ogni strategia di sviluppo, non solo per quanto riguarda IEG. Tuttavia, a mio parere, nessun player italiano è oggi realmente competitivo nel mondo. Ci sono casi virtuosi, avvantaggiati da prodotti made in Italy che hanno appeal assoluto e per quanto ci riguarda penso alla produzione orafo - goielliera e al dolciario artigianale. Ma dobbiamo fare passi in avanti e dotarci di strumenti finanziari adeguati. Ed è importante, lo ribadisco, il sostegno del Paese che deve alimentare ulteriormente provvedimenti già adottati in questi anni. Solo soggetti ben più forti possono ottenere uno status davvero globale.

IEG ha il suo core business nell’organizzazione di eventi in cinque categorie: Food&Beverage; Jewellery&Fashion; Tourism, Hospitality&Lifestyle; Wellness&Leisure; Green&Technology. C’è qualcuna di queste cinque categorie che oggi mostra una crescita particolare? E in prospettiva quale tra queste a suo parere ha maggiori potenzialità di espansione?
Insieme alla manifattura sono i pilastri su cui si regge la nostra economia in questa fase di grande turbolenza. Sono i settori sui quali IEG ha concentrato investimenti e risorse umane per fortificare una proposta da leader, sono le filiere sulle quali abbiamo scommesso e costruito per contrapporci agli effetti di un repentino spostamento dei punti cardinali dello sviluppo. Ognuna di queste filiere ha numeri in crescita nel mondo, ognuna attiene a stili di vita che il cittadino globale assume con maggiore convinzione. Crescono tutte queste categorie, a noi il compito di essere al loro fianco con un profilo di proposta che sappia leggerle con autorevolezza ed anticiparne i percorsi di crescita.

Il mercato fieristico a livello di offerta ha avuto un netto processo di selezione. Il panorama, rispetto a quello di 20-25 anni fa, ha visto ridursi il numero degli operatori, attuando una concentrazione nella quale sono sopravvissute le realtà più capaci e ristrutturate. L’offerta insomma si è ridotta ma si è qualificata. E a livello di domanda, come è cambiata nei due decenni? E che cosa prevede per i prossimi anni da questo punto di vista?
La concentrazione ha indubbiamente toccato il sistema fieristico italiano e internazionale, talvolta anche con esiti gravi che hanno portato al netto ridimensionamento, se non alla chiusura, di alcune manifestazioni di nota leadership. Se però da un lato il mercato si è concentrato e, per risponderle, continuerà a farlo, dall’altro non è mancata la risposta delle fiere che hanno saputo leggere questo mutamento, comprenderne e volgere in chiave propositiva quanto si stava muovendo nello scenario produttivo e negli indirizzi dei consumatori. Le porto il caso di una nostra celebre manifestazione, un gigante del primo decennio del 2000, Pianeta Birra, che è stata pesantemente raggiunta dalla concentrazione dei player dell’industria birraria e, più in generale, del beverage fino ad essere cancellata dal nostro calendario. Ma mentre l’industria si concentrava proliferavano i microbirrifici e IEG ha immediatamente presidiato il mercato con BEER ATTRACTION, una manifestazione che in cinque edizioni è passata da una dimensione poco più che regionale a una internazionale, gemmando altre due manifestazioni, B.B. Tech e Food Attraction, quadruplicando la superficie espositiva e attraendo eventi del calibro dell’International Horeca Meeting di Italgrob che dal 2019 sarà a Rimini. E ora anche l’industria birraria apre linee di business sul prodotto artigianale.

Per restare al mercato fieristico, quali sono i bisogni e le attese dei partecipanti che occorre soddisfare per diventare una realtà di successo come è IEG? Quali i servizi indispensabili che occorre garantire al massimo livello?
Efficienza, flessibilità, internazionalità, innovazione. Se decliniamo nella quotidianità queste direttrici troviamo il motore di IEG che ha fatto dell’organizzazione diretta delle manifestazioni (al 90% di proprietà) il suo tratto distintivo nel panorama italiano. La nostra pagella è l’indice di soddisfazione espresso da visitatori ed espositori, diretta conseguenza delle revenues prodotte dal salone al quale partecipano. I servizi, sui quali IEG interviene, a livello domestico e a livello internazionale, con società controllate hanno raggiunto un livello qualitativo alto, con eccellenze che determinano ulteriore valore aggiunto. 

Il business del settore congressuale (e spesso anche di quello fieristico) è indicato, nei documenti programmatici di non poche Regioni italiane, come uno dei ‘motori autonomi’ dell’economia che attraggono risorse dall’esterno. Peraltro, sia il settore fieristico che quello convegnistico presentano un moltiplicatore della spesa elevato, generando quindi una ricchezza moltiplicata nei territori di riferimento. Ma, al di là degli intenti programmatici, ritiene che l’attenzione a questo settore in Italia sia adeguata, sia a livello centrale che periferico, rispetto alla concorrenza estera? Che cosa servirebbe agli operatori di questo settore?
Il modello IEG in questo settore rappresenta in Italia la scuola di riferimento. Lo certifica la storia, lo sostanziano gli investimenti e lo confermano i risultati che vedono Rimini come destinazione congressuale leader in Italia dopo le città metropolitane. Stiamo ottenendo ottimi risultati anche sul plant congressuale di Vicenza e gli investimenti in cantiere seguono questa direttrice. L’attenzione verso il settore c’è, il rapporto con i territori è attivo. Ma certamente sarebbe importante un supporto a livello centrale, una regia che valorizzi la proposta italiana nel circuito mondiale. I grandi congressi itineranti, programmano con anni di anticipo.

IEG aveva programmato di sbarcare in Borsa, operazione per la quale aveva ottenuto, nel novembre scorso, la necessaria autorizzazione. Poi l’operazione si è arenata, al pari dei debutti delle altre società che avevano deciso di aprirsi al mercato borsistico nei vari segmenti, a causa delle avverse condizioni del mercato italiano, dal quale era praticamente scomparsa l’attività dei fondi esteri. Si tratta di un programma a questo punto accantonato o soltanto di un rinvio?
Abbiamo deciso di rinviare la quotazione perché le incertezze degli scenari finanziari hanno generato diffidenza soprattutto negli investitori esteri. IEG viene da molti esercizi positivi, garantisce dividendi ai soci ed ha un piano industriale che è in grado di onorare nella attuale condizione. Non potevamo penalizzare questa dimensione con l’ingresso in borsa che avevamo programmato a fine 2018. Siamo però pronti ad approfittare se dovesse mutare la condizione di incertezza che pervade il Paese e che si traduce in sfiducia da parte degli investitori esteri. Auguriamoci tutti che i prossimi mesi siano segnati da concreti mutamenti in positivo.

Quali sono i vostri obiettivi per il 2019? Intendete continuare il processo di internazionalizzazione attraverso ulteriori accordi con realtà estere? Insomma, cosa bolle in pentola per IEG?
Vogliamo migliorare la performance d’impresa: il processo di internazionalizzazione è la strada maestra da percorrere e il completamento della nostra digitalizzazione è tra gli ingredienti primari. Restano aperte le nostre porte a discorsi concreti riguardanti possibili nuove integrazioni, sia in Italia e che all’estero. Ma perché i piani funzionino è fondamentale che il nostro Paese sappia ritrovare un protagonismo economico che sta invece diluendosi.

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