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Intervista al Rettore Franco Anelli

Rettore Anelli, l’Università Cattolica del Sacro Cuore ha fornito al Paese una parte importante del ceto dirigente. Nella presentazione sul sito web l’Ateneo afferma di saldare la tradizione con l’innovazione e il cambiamento, garantendo una solida preparazione culturale e le indispensabili competenze professionali, ma anche una chiara proposta educativa. Può illustrare questa impostazione originale, che indubbiamente fa dell’Università Cattolica un unicum in Italia?
Il nostro Ateneo è nato quasi cent’anni fa, in tempi di profondi mutamenti sociali e rilevanti cambiamenti in campo scientifico, per offrire ai giovani una proposta educativa ispirata ai principi del cristianesimo, nel pieno rispetto dell’autonomia propria di ogni forma del sapere.
Nel realizzare il loro progetto, i nostri fondatori mostrarono da subito una forte e motivata fiducia nel dialogo tra fede e ragione, interpretando la propria identità cattolica in apertura e confronto con la modernità. 
Da allora la Cattolica guarda senza timore alle nuove frontiere della conoscenza, contribuendo al loro avanzamento secondo una concezione della scienza posta al servizio della persona umana e della convivenza civile.
Fedele a questa impostazione originaria, la Cattolica è cresciuta, anno dopo anno, formando – come lei stessa ha ricordato – una parte significativa della classe dirigente e, più ampiamente, numerose generazioni di professionisti, educatori, imprenditori e civil servants competenti, responsabili e al servizio del bene comune.

L’Università Cattolica ha aumentato esponenzialmente la sua apertura internazionale, ma mantiene una salda dimensione nazionale con i suoi cinque Campus di Milano, Piacenza, Cremona, Brescia e Roma, dove è presente anche il Policlinico Gemelli. Anche questo è un aspetto originale. Può entrare nel dettaglio di questa scelta?
La complessa articolazione attuale è il risultato di una crescita avvenuta nel corso del tempo, con la progressiva creazione di nuove sedi, in aggiunta a quella originaria milanese, ciascuna distinta da una propria vocazione e specificità, anche collegata alle esigenze e attese dei territori di riferimento.
Nel mondo contemporaneo anche le scelte che più direttamente investono l’attività di un’università (dall’elaborazione delle proposte didattiche alla scelta degli indirizzi della ricerca), richiedono di essere valutate, cercando di interpretare le dinamiche territoriali e nazionali con lo sguardo rivolto a un orizzonte sovranazionale. Lo impongono le trasformazioni di questa era digitale e globalizzata, nella quale si accorciano progressivamente le distanze e accelera il passo dell’innovazione.
È sempre più vero, come ha scritto Ulrich Beck, che “il locale e il globale non si escludono”, e operare in cinque città differenti ci permette di cogliere con immediatezza le costanti e le variazioni degli effetti della globalizzazione sulle comunità locali. Siamo così incentivati, nel pensare a nuovi progetti di formazione, ricerca e terza missione, a confrontarci pragmaticamente con le peculiari esigenze di ogni territorio, traendo da esso stimoli e ispirazione.

L’Università Cattolica, nei vari ranking internazionali, è tra le prime 200 università del mondo e in alcune aree formative è tra le realtà universitarie di testa. Quali sono i principali elementi che portano a risultati come questi?
Indubbiamente la qualità dei nostri docenti e ricercatori gioca un ruolo fondamentale. La loro preparazione, ma anche la passione e l’impegno con cui interpretano la propria missione fanno la differenza.
Ritengo, inoltre, che il fatto di essere una comprehensive university nella quale sono praticate, con pari dignità, le attività di insegnamento e di ricerca − anche grazie alla presenza di dodici facoltà e oltre cento strutture di ricerca − renda particolarmente vivace e creativa questa comunità accademica. Penso, per esempio, alla crescita di numerose e interessanti esperienze transdisciplinari, che si stanno rivelando assai utili in un mondo che sempre più avverte la necessità di far interloquire esperti di formazione eterogenea nell’ambito di progettazioni complesse.

L’Università Cattolica ha per sua ‘mission’ quella di offrire una formazione integrale della persona, con l’obiettivo di un sapere profondo e unificante. Con quale atteggiamento mentale un giovane deve, a suo parere, affrontare l’esperienza degli studi in questa Università?
Non credo sia scontato, o banale, ripetere che il primo requisito di chi si iscrive a questa o ad altre università sia la voglia di studiare e, direi, di apprendere quel che si studia non solo per progredire negli studi e acquisire competenze, ma anche per crescere come persone.
Gli anni degli studi universitari sono una grande occasione per scoprire se stessi, cioè per valorizzare le proprie doti, ma anche per imparare ad affrontare, in modo costruttivo, i propri limiti; prendere seriamente l’impegno aiuta, inoltre, a comprendere che la nostra dignità personale richiede un esercizio responsabile della nostra libertà.
Per questo i nostri studenti hanno l’opportunità, se lo ritengono, di confrontarsi liberamente con una proposta educativa che, oltre a garantire solide basi scientifico-culturali e una qualificata formazione professionale, li può sostenere nel decisivo passaggio dalla post-adolescenza alla vita adulta.
D’altro canto, la ricerca di un “sapere profondo e unificante” non ha nulla a che fare con la promozione di un’uniformità di pensiero, ma, viceversa, è un invito, in tempi di omologazione culturale, a considerare la realtà nella sua totalità, senza eludere la misteriosa profondità del mondo e le domande di senso che caratterizzano l’esperienza umana.

È noto che la Cattolica fornisce agli studenti servizi di alta qualità e a tutto tondo, compresi aspetti cruciali come l’orientamento e il ‘placement’, vantando un collegamento solido e strutturato con il mondo economico e produttivo. Su quest’ultimo aspetto, davvero gli studenti che escono dalla Cattolica hanno maggiori possibilità di trovare un’occupazione e occasioni di crescita professionale? Cosa dicono le statistiche da questo punto di vista?
L’attenzione dell’Università Cattolica al futuro professionale dei propri studenti inizia già nelle prime fasi della loro formazione scientifica e si sviluppa quando maggiormente si avverte l’esigenza di un accompagnamento verso il mondo del lavoro. In tale prospettiva, le nostre strategie integrate di stage, relazioni con le imprese e strumenti di placement mirano a coniugare le esigenze della domanda e dell’offerta di lavoro, promuovendo l’incontro tra aziende, studenti e giovani laureati e offrendo strumenti utili per la ricerca attiva di occupazione.
L’esito di questo impegno complessivo è incoraggiante: l’80% dei nostri laureati magistrali trova infatti lavoro entro un anno dal conseguimento del titolo e il 40% è assunto entro tre mesi. E si deve tener conto del fatto che siamo un Ateneo con una forte componente umanistica.
Tengo inoltre a sottolineare che il QS Graduate Employability Ranking 2019 (dedicato alle relazioni tra atenei, imprese e responsabili del recruiting aziendale) colloca l’Università Cattolica tra le prime 110 università del mondo. Il nostro Ateneo inoltre è il primo in Italia per la presenza attiva di aziende nei suoi campus, terzo per numero di studenti ricercati dai recruiters, e ancora terzo tra le università preferite dai datori di lavoro.
Infine, secondo il Report annuale dell’Agenzia Job Pricing, i laureati dell’Università Cattolica sono tra quelli che ottengono il migliore “ritorno” dall’investimento universitario (University Payback Index).

L’internazionalizzazione è un elemento su cui la Cattolica ha puntato molto. In sintesi, in quest’ambito su quali principali opportunità, offerte dall’Ateneo, possono contare gli studenti?
L’Università Cattolica offre un ampio ventaglio di proposte per fare esperienze di studio, lavoro o volontariato all’estero.
Oltre ai più diffusi programmi di scambio di studenti, da noi sono attive iniziative di formazione internazionale mirate come il “Focused Program Abroad” (FPA), il “Language Training Experience” (LATE), il “Work Experience Abroad” (WEA) ed il “Charity Work Program e International Volunteering”.
L’insieme di queste linee di intervento, alle quali si aggiungono quelle realizzate con l’Istituto Confucio e i sempre più numerosi corsi di laurea double degree, ha coinvolto quasi 2.700 studenti nell’ultimo anno accademico.

L’Università che lei dirige vanta corsi di altissima formazione post-laurea che rappresentano uno dei fiori all’occhiello dell’Ateneo. È vero che le aziende, italiane ed estere, fanno a gara per accaparrarsi chi esce da questi corsi o è un’esagerazione degli articoli di stampa?
Un po’ di enfasi forse esiste, ma non dispiace. È vero, comunque, che molti dei nostri  numerosi master universitari – oltre 120 – sono oggetto di particolare attenzione da parte delle aziende, e che spesso tali corsi vedono il diretto coinvolgimento di importanti società ed enti.
Ciò detto, penso che sia importante sottolineare che, a fronte dell’interesse riscontrato, la nostra offerta postgraduate si caratterizza, oltre che per la grande varietà dei temi trattati, anche per la sua accessibilità e competitività.
Ricordo, inoltre, che, soprattutto negli ultimi anni, le nostre Scuole di Dottorato hanno attivato corsi pensati non solo come possibile introduzione alla carriera universitaria, ma anche all’inserimento di persone con il più alto livello di specializzazione nel mondo del lavoro.

Di quale bagaglio formativo e umano un giovane deve essere dotato per entrare in Cattolica? Come è organizzato il servizio di orientamento? 
E’ sempre importante, nel delicato momento della scelta di un percorso universitario, considerare primariamente le proprie aspirazioni e i propri desideri perché gli aspetti vocazionali e motivazionali contano molto nel dare slancio e continuità all’impegno.
Naturalmente occorre che i ragazzi, le loro famiglie e anche gli insegnanti e dirigenti scolastici siano messi nelle condizioni di comprendere bene che cosa viene offerto dagli Atenei. A questo proposito, la nostra Università si è attrezzata per incontrare tempestivamente i suoi potenziali futuri studenti con un servizio dedicato all’orientamento sempre più attivo sul territorio, che si avvale del contributo di molte persone competenti e anche di un sistema di web e social media pensato per facilitare il dialogo con i giovani interessati a conoscere meglio questo Ateneo.

Come si finanzia l’Università Cattolica? Come fa a garantire servizi agli studenti di indubbia elevata qualità? Quali sono gli aiuti che vengono dati, per citare la Costituzione italiana, ai meritevoli ma privi di mezzi?
La Cattolica si finanzia sostanzialmente con il proprio lavoro, vale a dire con i contributi versati per iscriversi ai nostri corsi e con le risorse ottenute attraverso iniziative di ricerca finanziata e di terza missione. La contribuzione pubblica, nel caso delle università libere è, come noto, assai ridotta; anzi il nostro Ateneo da tempo supplisce alle lacune del sistema del diritto allo studio con fondi propri che consentono a molti studenti meritevoli ma bisognosi di sostegno di frequentare l’Università.
L’insieme dei nostri interventi per gli studenti che ne necessitano (inclusa ogni forma di agevolazione e di esenzione dal pagamento di servizi) è stato, nello scorso anno, di importo superiore a 25 milioni.

Magnifico Rettore, come desidera che sia un giovane che esce dalla Cattolica? Quali caratteristiche formative e umane lei desidera che abbia?
Penso a un giovane adulto con solide basi culturali, ben preparato ad affrontare il proprio futuro lavorativo e professionale, dotato di spirito critico e, nello stesso tempo, capace di ascoltare gli altri per valorizzare quel che di interessante e utile hanno da proporre.
Nello stesso tempo, il nostro impegno è, come dicevo, quello di trasmettere ai ragazzi l’importanza e la bellezza di sentirsi parte di una comunità e di coltivare il senso di responsabilità e solidarietà nei confronti del prossimo e, in particolare, di chi ha più bisogno di essere aiutato. E devo dire, avendo modo per varie ragioni di incontrare molti dei nostri alumni, che spesso mi imbatto in persone con queste caratteristiche.
Sono momenti di grande soddisfazione nei quali capisco che realmente i migliori testimoni di questo Ateneo sono i suoi laureati.

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