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La droga? Si combatte così

Parla il Questore Antonio Pignataro dopo la sentenza della Cassazione che ha promosso il “modello Macerata”. San Patrignano premia Antonio Pignataro con il riconoscimento “We Free - Uomo dell’anno”
 

 

Questore Pignataro, lei è stato ed è protagonista della battaglia contro la vendita delle infiorescenze di cannabis, tanto che la sua forte iniziativa su questo fronte è stata definita il ‘modello Macerata’. Non ha avuto alcun timore, è stato il primo in Italia a chiudere i cosiddetti ‘grow shop’, convinto che la norma per la commercializzazione della cannabis non consente anche la commercializzazione di prodotti con il principio attivo della cannabis. In sostanza, la Cassazione ha stabilito che dalla canapa possono ricavarsi alimenti, fibre e carburanti, ma non hashish e marijuana. Da cosa è nata questa sua battaglia, quali sono le motivazioni per cui l’ha portata avanti con tanta determinazione, quali difficoltà ha dovuto affrontare prima della sentenza definitiva della Cassazione?
“Premetto che mi trovo a Macerata per onorare i miei colleghi morti a Palermo, colleghi uccisi dalla mafia nell’indifferenza di quella comunità. Questi eroi del nostro tempo, morti per la sicurezza e la libertà di ciascuno di noi portano a tutta la società un messaggio straordinario, il messaggio secondo cui l’indifferenza, il voltarsi dall’altra parte ed l’evitare le scelte di campo che ciascuno di noi inevitabilmente è chiamato ogni giorno a fare, cioè dove stare e con chi stare, siano, in senso assoluto, il male peggiore del nostro tempo. Tutto è cominciato da una lettera, quella di un papà e di una mamma che chiesero un incontro con me per raccontarmi la loro grande preoccupazione riguardo la facilità con cui il proprio figlio adolescente poteva procurarsi sostanza stupefacente in città, vista l’apertura di negozi di cannabis light nella città di Macerata. Li ricevetti, ricordo, una mattina nel mio ufficio e, andando loro incontro sulla porta per invitarli ad accomodarsi, scoppiarono entrambi in lacrime, increduli di essere stati ricevuti personalmente dal Questore e poter condividere il loro dramma. Iniziarono il loro racconto descrivendomi l’incubo che stavano ormai vivendo da tempo, da quando il loro unico figlio maschio, adolescente, studente modello a scuola e fino a poco tempo prima, rispettoso ed educato, dai comportamenti ineccepibili, aveva iniziato circa due anni prima, dopo l’apertura dei negozi di cannabis, a sostituire il fumo di sigaretta con il fumo della cannabis che lui acquistava regolarmente e facilmente nei cannabis shop, ritenendola, come ampiamente pubblicizzato, ormai ‘legalizzata’ poiché riusciva ad acquistarla con estrema facilità ovunque. Il ragazzo, mi raccontarono i genitori in lacrime, si era progressivamente trasformato in un soggetto apatico, sonnolento, svogliato, dedito al fumo, perennemente offuscato, e aveva abbandonato completamente gli studi liceali, iniziati con entusiasmo e convinzione, rimanendo intere ore chiuso in camera sua a fumare e diventando violento e aggressivo verso i genitori, come non era mai stato, venendo colto spesso da crisi di panico e attacchi di aggressività. Questa storia provocò in me una grande amarezza, nel vedere due lavoratori onesti e operosi, che erano sempre vissuti in funzione del proprio figlio e che avevano dato la propria vita per dargli cultura e benessere, completamente devastati da questa vicenda. Ricordo che dissi a loro che avrei studiato la materia e che, se avessi riscontrato violazioni di legge, avrei chiuso quei negozi. Gli promisi, nel congedarli, che avrei onorato, con il mio impegno la promessa fatta”.

E così è stato…
“Iniziai ad analizzare e ad esaminare la normativa vigente e in questo mio lavoro fui guidato dall’audacia del procuratore Giovanni Giorgio ed insieme rilevammo che, a norma della legge del 2016, la commercializzazione della cannabis non era consentita per scopi ricreativi e, quindi, non poteva assolutamente essere commercializzata in questi negozi. Con i miei valorosi poliziotti della Squadra mobile, pianificai servizi davanti a questi negozi, iniziando appostamenti per tutta la durata del tempo in cui i negozi rimanevano aperti. L’età della clientela era ricompresa, per la quasi totalità, da adolescenti, alle volte infra sedicenni. Gli acquirenti venivano fermati con conseguente sequestro della sostanza appena acquistata che veniva immediatamente sottoposta a narcotest, che risultava sempre positivo alla presenza di sostanza stupefacente, nella fattispecie ‘cannabis’. Il Procuratore capo Giorgio disponeva poi l’esame tossicologico, per rilevare la percentuale di Thc contenuta in questa cannabis, cosiddetta ‘legale’. Ovviamente, anche l’esame tossicologico documentava che si trattava di vera e propria sostanza stupefacente, nella fattispecie, di vera e propria cannabis e, in relazione ai prodotti sequestrati la percentuale di Thc. variava dallo 0,35% allo 0,80% . Venivano così denunciati i titolari degli esercizi commerciali, per spaccio di sostanza stupefacente, con relativo sequestro di tutti i prodotti contenenti cannabis cosiddetta ‘legale’ e la chiusura dei negozi oggetto di indagini, ai sensi dell’articolo 100 Tulps, per la prima volta in Italia”.

Lei fu attaccato per questa iniziativa così determinata.
“Iniziò nei miei confronti una vera e propria campagna intimidatoria e denigratoria, con la comparsa di scritte offensive e di minacce di morte in tutte le Marche e molte critiche su stampa e media. Per nulla intimorito e impaurito, con perseveranza, continuai il mio lavoro chiudendo altri negozi e ricevendo altre minacce e critiche, alcune anche provenienti da famosissime rockstar. Grazie all’autorevolezza del professor Froldi, direttore dell’Istituto di medicina legale dell’Università di Macerata e al Procuratore capo Giovanni Giorgio, sicuro delle mie posizioni a livello giuridico, continuai ad applicare l’articolo 100 Tulps per interrompere la vendita di questi prodotti. Di contro alle condotte intimidatorie e alle minacce, ho ricevuto la solidarietà dagli allora ministri Fontana e Salvini, dal capo della Polizia, dai Sindaci della provincia fino ad arrivare al Vescovo di Macerata che , ad un certo punto, scrisse una lettera aperta , pubblicata inizialmente sul quotidiano Avvenire e poi ripresa da numerosissime testate giornalistiche nazionali, nella quale egli approvava compiutamente e condivideva appieno il lavoro da me svolto, collegandosi a quanto precedentemente espresso da Papa Giovanni Paolo II e da Papa Francesco, oltre che da Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, dal Css, dal capo della Polizia e dagli studi scientifici sulla tossicità e sulle patologie irreversibili elaborati da scienziati di tutto il mondo. E, in particolare, degno di rilievo è quanto espresso dagli stessi ragazzi ospiti della Comunità di San Patrignano, della Comunità Incontro e di altre comunità terapeutiche, i quali hanno esplicitamente dichiarato in più occasioni che la marijuana è l’anticamera dell’inferno, l’anticamera della cocaina e l’anticamera dell’eroina”.

Cosa risponde a coloro che sostengono, come la radicale Rita Bernardini, bandiera delle note posizioni in materia di Marco Pannella, che il proibizionismo non funziona come lotta alla droga e che anzi la legalizzazione completa delle droghe leggere stroncherebbe gli affari della malavita e più in generale annienterebbe la spinta a cercare sempre nuovi clienti? Oltre a sostenere, i fautori della liberalizzazione, la distinzione netta tra droghe leggere e droghe pesanti.
“Premesso che non esiste distinzione tra droghe pesanti e droghe leggere, da uomo fiero e orgoglioso di rappresentare lo Stato ormai da 40 anni, ma anche da genitore, dico a tutti coloro che vogliono legalizzare le droghe falsamente e maldestramente dette ‘leggere’ che, prima di esprimere una opinione e dare giudizi basati solo su convinzioni puramente personali senza supporto scientifico e giuridico, basta visionare quello che racconta il giudice Gratteri il quale, nel corso di una trasmissione televisiva, quando un senatore della Repubblica ha manifestato l’intenzione di voler liberalizzare non solo la marijuana ma anche la cocaina, il giudice candidamente risponde che la cocaina è vietata in tutto il mondo e, se uno Stato volesse acquistarla per commercializzarla, dovrebbe andare nella foresta amazzonica, prendere contatto con il cartello di Medellin e contrattare con loro per portare la cocaina in Italia, ovvero un paradosso. Sarebbe opportuno, per un forte senso di moralità e onestà intellettuale, che tutti coloro che vogliono liberalizzare le cosiddette ‘droghe leggere’ si avvicinassero e ascoltassero le tribolazioni dei ragazzi delle comunità terapeutiche, conoscessero i loro percorsi nel dolore, vivessero i drammi delle famiglie che vedono i propri figli percorrere strade che conducono, ahimè, all’autodistruzione”.


La Comunità di San Patrignano ha assegnato il premio “We Free - Uomo dell’anno” al Questore di Macerata, Antonio Pignataro, per il suo impegno nel contrasto dello spaccio di droga. Pignataro è stato scelto all’unanimità dai 1.130 giovani ospiti della comunità ed è il primo questore a ricevere il premio.

Il presidente della comunità, Piero Prenna, ha dichiarato: “è un riconoscimento sentito che ogni anno assegniamo a una persona che è un esempio positivo e concreto per i giovani, non solo per il suo impegno sociale, ma anche per la forza e la determinazione dimostrata di fronte agli ostacoli che la vita può averle messo davanti”.

Il Questore Pignataro ha dedicato il premio alla Questura di Macerata, ai poliziotti che hanno sacrificato la propria vita per garantire sicurezza e libertà e ai ragazzi che sono morti a causa della tossicodipendenza.

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