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Covid-19: I Ventisette alla ricerca di misure condivise

- di: Emanuela M. Muratov
 
In tempi recenti l’arte della scrittura e quella cinematografica si sono cimentate, più volte, sulla possibilità che un virus mortale si diffondesse per il mondo in modo incontrollato. Da un anno a questa parte ci stiamo veramente confrontando con un virus, che è reale, letale e, tragicamente, capace di mutare il proprio profilo, mettendo a dura prova scienziati e popolazione. Nelle settimane della scorsa primavera la decisione di “chiudere tutto”, con il carico di conseguenze sulla normalità della vita quotidiana, fu accettata dalla gente, consapevole che qualcosa bisognava fare, anche a costo di perdere parti importanti della propria libertà.

Oggi, quando la sconfitta del virus sembrava a portata di mano con l’arrivo di più vaccini, la situazione sta cadendo nuovamente nel baratro, con numeri che non si riesce a sconfiggere. Con il manifestarsi di una variante caratterizzata da grande aggressività (come quella britannica, ma si guarda con grandi timori anche ad altre) i Paesi europei si trovano in grandi ambasce, non perché non siano consapevoli del pericolo, quanto perché hanno difficoltà ad individuare una comune strategia di contrasto.

Una disparità di vedute, non certo di giudizio, che è stata confermata anche dall’incontro in videoconferenza che ieri sera ha visto impegnati i vertici degli Stati europei. È evidente che i Ventisette vogliano trovare delle strade comuni per contrastare il diffondersi del contagio, individuando in una massiccia campagna vaccinale lo strumento più efficace ed a basso impatto per le popolazioni. Ma non basta perché i numeri del contagio corrono molto più velocemente di quelli della somministrazione dei vaccini. Quindi la limitazione degli spostamenti tra Stati appare come una scelta ineludibile quanto dolorosa, sulla quale però non tutti gli Stati sono d’accordo.

L’esempio di questa diversità di valutazione degli strumenti da mettere in campo per sconfiggere il virus si ritrova nella posizione assunta dal presidente francese, Emmanuel Macron, che, come dicono oggi i quotidiani transalpini, vuole mantenere una certa “fluidità” all’interno dei Paesi dell’Unione, per cercare di contrastare la devastazione economica che la pandemia sta provocando. Macron, in particolare, ritiene necessario tutelare coloro che si spostano tra Stati per motivi di lavoro (come i transfrontalieri e gli autotrasportatori) in modo tale che la macchina produttiva possa ammortizzare, sia pure in minima parte, le conseguenze della pandemia.

Per gli altri potrebbe bastare una documentazione che attesti la negatività ai tamponi nelle 72 ore precedenti. Proposte di buon senso, che appaiono in armonia con la situazione politica francese, con le presidenziali che non sono molto lontane e, quindi, con la necessità di Macron di non scavare un solco tra sé e le categorie maggiormente colpite dalla crisi sanitaria. Situazione completamente diversa in Germania dove Angela Merkel, al passo d’addio con la cancelleria, può prendere decisioni anche sapendo che non saranno gradite. Come quando dice: "Non possiamo escludere la chiusura delle frontiere, ma vogliamo impedirla attraverso la cooperazione all’interno dell’Ue". Un concetto che per Angerla Merkel presuppone che i Ventisette riescano ad armonizzare le misure restrittive che intendono assumere. "Se un Paese, dove l’incidenza del Coronavirus è doppia rispetto a quella della Germania, apre tutti i suoi negozi e noi li teniamo chiusi" – ha spiegato la cancelliera tedesca – "c’è un problema". Che potrebbe imporre a Berlino di pretendere dei test a coloro che chiedono di entrare in Germania, anche se con motivazioni riconosciute valide.
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