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Covid-19: è il momento di pensare ai ''cittadini di serie B''

- di: Diego Minuti
 

Quando si è a corto di argomenti e si devono trattare argomenti che riguardano la sfera sociale e quella economica una delle frasi ad effetto alle quali si fa più spesso ricorso è che in Italia ci sono ''cittadini di serie A'' e ''cittadini di serie B''. Un modo come un altro per dire che l'eguaglianza spesso è un concetto astratto perché per taluni ci sono corsie preferenziali e privilegi che ad altri sono negati. E' un po' quello che sta accadendo in queste settimane dove assistiamo, da cittadini amministrati, ad una serie di iniziative con le quali il Governo sta cercando di contrastare tutti gli effetti del Covid-19. Che sono, innanzitutto, di carattere sanitario, ma anche economico, con questo secondo aspetto che sta dilaniando il Paese in un dibattito, anche aspro, tra chi chiede la riapertura totale di tutte le attività produttive (ma anche le occasioni comunitarie, come la celebrazione della Messa o di funerali o matrimoni, che non siano l'occasione per feste e ricevimenti) e chi, invece, reclama prudenza per non vedere vanificati i sacrifici fatti sino ad oggi per sconfiggere un virus di cui ancora conosciamo ben poco, ma che di certo sappiamo quanto difficile sia sconfiggerlo. Chi, oggi, può essere definito un ''cittadino di serie A'' (categoria nella quale vanno inseriti, d'ufficio, coloro che hanno beni mobili ed immobili che garantiscono loro una vita senza privazioni)? Soprattutto tutti coloro che hanno certezze di entrate mensili. Quindi, soprattutto stipendiati e pensionati, che per loro fortuna sanno che, con cadenze fisse, vedranno loro conferiti dei soldi. Nella ''categoria B'' stanno tutti gli altri, con evidenti differenze. Perché tra il piccolo artigiano o il ristoratore di quartiere e l'affermato professionista c'è poca attinenza, perché chi porta avanti appunto una professione, pur dovendo fare valere le proprie capacità per guadagnare, certo ha potenzialità di entrate più alte. Tacendo del fatto, e lo dico solo per fare un esempio, che, in tempi di lockdown, un architetto o un ingegnere non possono andare sui cantieri, ma possono impiegare il loro tempo lavorando in studio e, quindi, mettendo comunque a reddito il loro tempo. Tutto questo ragionamento - semmai sia meritevole di un approfondimento - porta ad alcune considerazioni, la prima delle quali è che il Governo si deve dare da fare per trovare, ieri non oggi!, delle misure che disinneschino una bomba sociale che, se dovesse esplodere, avrebbe effetti nemmeno ipotizzabili. Non parlo delle micro-rivolte pilotate al sud da pseudo-formazioni politiche di estrema destra (quelle degli assalti, veri o presunti, minacciati o attuati, ai supermercati) o delle proteste di strada delle frange violente dell'antagonismo. Faccio riferimento a chi non solo non ha più soldi, ma nemmeno qualcuno a cui rivolgersi per sollecitare un aiuto e che è ad un passo dall'esplodere. E' il popolo sterminato di chi magari ha speso anni per costruire la sua attività ed oggi si ritrova, nell'arco di pochi mesi, senza risorse per potere sperare di essere ancora vivo alla fine della crisi. Il problema non è, quindi, fermare il contagio (che rimane il principale obiettivo e quindi ben vengano tutti gli sforzi del Governo), ma evitare che il Covid-19, una volta sconfitto, si porti dietro migliaia di soggetti che hanno comunque costituito la spina dorsale di un Paese particolare come il nostro, che ancora tenta di resistere alle leggi della globalizzazione, scommettendo sulle proprie capacità. Spalancare le porte oggi è forse intempestivo e certamente pericoloso, ma - non io o chi ha la pazienza di leggere -  il Governo deve (subito, senza frapporre alcun indugio) fare di tutto per dare una mano, mettendo da parte la spettacolarizzazione mediatica che alcuni dei suoi esponenti fanno quotidianamente. Ci vogliono ingenti risorse economiche, ma ci vuole anche il coraggio di snellire le procedure, per non costringere chi ha bisogno (che pure ha inghiottito l'orgoglio, piegandosi alla burocrazia che sa anche umiliare) a impazzire dietro moduli, codici, esemplificazioni che sono tali solo per chi le ha elaborate. Se un piccolo artigiano dice di volere riaprire, garantendo il massimo delle misure anti-virus, gliene si dia la possibilità, pronti a sanzionarlo se le viola. Gli italiani - tutti, non solo quelli che fanno l'occhiolino ad editorialisti in odore di ''superomismo'' in salsa bergamasca - hanno bisogno di fiducia, di qualcuno che creda in loro. Diamo loro la possibilità e se non rispettano le regole li si punisca. Ma occorre fare presto, prima che tutto crolli.

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