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Confindustria dispositivi medici: le 4 "P" che fanno grande e sostenibile la sanità. Ma l'Italia 'zoppica'

Massimiliano Boggetti, Presidente di Confindustria Dispositivi Medici: preventiva, predittiva, personalizzata e partecipativa. Così si rende più avanzata e innovativa la medicina. Le nostre 3mila 957 aziende sono all’altezza della sfida, ma è l’attuale Sistema sanitario italiano a mostrare su questo fronte falle e ritardi rispetto agli altri grandi Paesi europei.



Confindustria Dispositivi Medici, la neonata Federazione di Confindustria che rappresenta le imprese che forniscono dispositivi medici alle strutture sanitarie italiane, pubbliche e private, è una realtà molto ampia e poderosa: comprende 3.957 imprese, che danno occupazione a circa 76mila 400 dipendenti, opera su un mercato pubblico e privato che ha un fatturato annuo, secondo gli ultimi dati disponibili, di 11,4 miliardi di euro, che vale il 7,7% della spesa sanitaria complessiva italiana. Vanta un export di 5,1 miliardi l’anno, ha un altissimo tasso di innovazione, comprende circa 500mila prodotti di dispositivi medici. Ed è una realtà in cui convivono grandi gruppi e piccole aziende, oltre a 334 start-up. Ne parliamo con il Presidente Massimiliano Boggetti.

 
Presidente, come fa Confindustria Dispositivi Medici a tenere insieme una realtà così ampia e variegata?
La grande eterogeneità del mercato, formato da grandi e piccole aziende e startup, è la nostra vera forza. Una realtà così complessa caratterizzata da una diversità di competenze, di esperienze e di prodotti oltre ad una costante innovazione tecnologica ed una grande organizzazione. Durante l’evento di inaugurazione della Confindustria Dispositivi Medici, il Presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, ha ricordato nuovamente che la crescita del nostro Paese è, purtroppo, pari a zero e ha colto l’occasione per ribadire al Governo che investire nel nostro settore rappresenta una grandissima potenzialità, in quanto la maggior parte delle aziende che vi appartengono sono piccole imprese che hanno la possibilità, in un mercato fortemente dinamico, di generare valore per il sistema Paese.
Grazie alla forte spinta innovativa delle nostre imprese, che investono circa il 7% del fatturato in ricerca e innovazione, noi oggi rappresentiamo un settore che sta realizzando qualcosa di straordinario: grazie anche all’uso dei Big Data e dell’intelligenza artificiale, stiamo realizzando prodotti che migliorano e aiutano la salute dell’uomo.
Purtroppo non sempre l’innovazione tecnologica viene valorizzata, come dovrebbe, da parte del Servizio sanitario nazionale, inoltre per il nostro comparto non esistono incentivi specifici né riconoscimenti.

Pur con i numeri citati, la spesa sanitaria in dispositivi medici in Italia (189 euro annui pro capite) appare bassa sia rispetto alla media dei Paesi dell’Unione europea (243 euro), sia rispetto agli altri grandi Paesi dell’Ue come Germania (414 euro) e Francia (275 euro). Tenendo presente che nessuna prestazione medica ospedaliera sarebbe erogabile senza dispositivi medici, perché a suo parere in Italia la spesa risulta inferiore, e non di poco? Cos’è che non funziona?
Non funziona perché il Servizio sanitario nazionale da troppi anni ha fatto da cassa per altre manovre che avevano la priorità rispetto alla salute dei cittadini italiani. Il secondo motivo è che si deve adottare un sistema che investa sul sistema sanitario nazionale, che in altri Paesi permette di accedere all’innovazione.
Gli italiani, purtroppo e per diversi motivi, hanno sempre difficoltà ad accedere alle cure e ci troviamo di fronte ad un Paese che ha sempre più difficoltà a introdurre  dispositivi medici innovativi per questioni economiche. Al contrario, molte tecnologie renderebbero la Sanità più sostenibile e i cittadini più in salute, con ricadute positive anche su altri settori (quello sociale soprattutto), i quali invece sono estremamente penalizzati dallo scarso investimento in dispositivi medici. Auspichiamo che Confindustria Dispositivi Medici possa spiegare all’attuale governo che la spesa in device rappresenta un’opportunità e non un costo.

Confindustria Dispositivi Medici indica la medicina delle ‘4P’ (preventiva, predittiva, personalizzata e partecipativa).
Che rappresenta anche un radicale cambio di ottica nel rendere la Sanità sempre più sostenibile, anche in termini di proiezione della spesa nel futuro. Detto in parole semplici, si tratta di passare dalla cura alla prevenzione. Può brevemente tracciare gli assi portanti di questo argomento, in cui l’investimento in dispositivi medici svolge un ruolo cruciale? Quanto è indietro l’Italia, rispetto agli altri grandi Paesi avanzati, su questa strada? Che significa in concreto l’avvio deciso di un processo nazionale strutturato di Health Technology Assessment (HTA), che è un po’ la vostra bandiera?
La medicina del futuro va verso una medicina sempre più personalizzata e tarata sulle specifiche esigenze del paziente, è in grado di predire le patologie anziché curarle, grazie anche all’utilizzo dei Big Data.
Tutte questo non è possibile senza i dispositivi medici. Per esempio la predittività è fortemente correlata alla diagnostica di laboratorio.
La medicina partecipativa rappresenta servizi sul territorio fondamentali in un’ottica di condivisione e gestione dei pazienti. Ma questi sono solo alcuni esempi. Siamo felici che il governo abbia annunciato che l’innovazione non debba tener conto dei tetti di spesa e debba essere vista come una grande opportunità. Questo è l’approccio necessario per garantire l’introduzione della medicina delle 4P nelle strutture sanitarie.
L’avvio di un processo nazionale strutturato di HTA è fondamentale per gestire in modo efficace l’accesso dell’innovazione tecnologica. Ma in Italia dobbiamo ancora concretamente cominciare ad utilizzare e far funzionare questo strumento. Ci auguriamo che ci sia una maggiore percezione dell’importanza di questo strumento affinché venga usato su larga scala, magari anche attraverso un finanziamento pubblico.
L’Italia è partita molto in ritardo rispetto agli altri Paesi sviluppati e con mille difficoltà, ma ci auguriamo che la situazione possa migliorare in tempi rapidi.

Lei ha affermato che “l’industria dei dispositivi medici ha deciso di avere un ruolo proattivo nel contrasto alla corruzione in Sanità per lavorare in modo trasparente ed etico per la ricerca medico-scientifica, lo sviluppo tecnologico e per migliorare il percorso di salute delle persone. Con questo obiettivo le imprese di Confindustria Dispositivi Medici hanno adottato un nuovo Codice etico, oltre ad aderire alle Dichiarazioni di indirizzo e al relativo ‘Policy paper’, frutto del lavoro del Tavolo pubblico-privato nell’ambito del progetto ‘Curiamo la corruzione’”. Quale, a suo parere, la reale situazione della corruzione in Italia nella Sanità?
Purtroppo episodi spiacevoli ci sono stati, ma ce ne sono stati in tanti altri settori, e fra questi la politica non ne è scevra. Purtroppo è un problema del Paese, non del solo settore sanitario nello specifico. Mi rendo conto che ci sia una forte visibilità mediatica degli episodi corruttivi nel nostro mondo, in quanto chi si occupa di salute ha una doppia responsabilità: la sua azione oltre a rappresentare un fenomeno moralmente deprecabile, reca un danno a chi sta male.
Purtroppo quando ci sono fenomeni corruttivi spesso viene colpita anche la reputazione delle aziende serie che vogliono fare bene il proprio lavoro.
Non è corretto descrivere il nostro mondo come marcio: il nostro settore, così come tanti altri, è soggetto a questi fenomeni, ma non bisogna avere un pregiudizio di fondo. Se si vuole lottare davvero contro la corruzione, si deve semplificare la burocrazia e le norme, oltre ad accelerare i processi in maniera intelligente. Bisogna rendere efficace e veloce il sistema giudiziario.

Il mercato italiano dei dispositivi medici, che vale come detto 11,4 miliardi di euro l’anno secondo gli ultimi dati disponibili, deriva per il 64,5% dalla spesa pubblica e per il 35,5% da quella privata. Queste cifre rappresentano un’anomalia o siamo sostanzialmente in linea con quelle degli altri maggiori Paesi Ue? Nota differenze oppure no tra la tipologia di domanda che arriva dal settore pubblico e quella che arriva dal settore privato?
Oggi il servizio pubblico è molto meno attento a recepire l’importanza dell’innovazione di quanto non lo sia il settore privato, e questo è un grosso problema perché si creano delle differenze di accesso. Di certo il problema non può e non deve essere risolto bloccando l’innovazione, ma modificando il sistema.
Curare i cittadini costerà sempre di più. Bisogna decidere come far pagare questo costo: attraverso le tasse per poi dare un servizio pubblico, oppure attraverso altri mezzi? La politica in questo deve dare risposte veloci e certe e non nascondersi.

L’Italia, come afferma il titolo di un libro piuttosto noto, è “un Paese troppo lungo”. Anche nelle valutazioni annuali delle Autorità istituzionali in materia si notano differenze notevoli e strutturali, in termini di efficacia ed efficienza dei servizi sanitari, tra il Nord, il Centro e il Sud del Paese, pur con le dovute eccezioni. Quanto impatta questa situazione sulla domanda di dispositivi medici nelle varie aree geografiche dell’Italia?
Le differenze nell’offerta di salute a seconda delle varie aree geografiche rappresentano il cuore del problema.
I veri sprechi in Sanità si annidano nell’organizzazione e poi si ripercuotono su altri fronti, uno su tutti, le liste d’attesa.
È così che si creano difficoltà di accesso dei cittadini alla Sanità e differenze territoriali. Ecco perché Confindustria e in particolare Confindustria Dispositivi Medici da tempo promuovono iniziative volte ad identificare gli sprechi, da cui ripartire per investire in una Sanità più efficiente e più moderna.

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