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Autismo tra scuola e sanità

 
Negli ultimi tempi è in forte aumento la diagnosi dell’autismo, non solo a livello nazionale, ma anche mondiale, come dimostrano numerosi studi scientifici. Si tratta di numeri impressionanti, rispetto al passato, che inducono a riflettere sulla gravità del problema. Alcuni dati Istat dimostrano oggettivamente come nel nostro Paese, soprattutto nella scuola primaria, la percentuale di allievi con questa patologia sia raddoppiata di gran lunga, proprio negli ultimi anni. Di contro, non dobbiamo dimenticare che sono anche aumentate le categorie legate alla disabilità mentale, così come quella dei disturbi generalizzati dello sviluppo (DGS), e dunque, gli allievi con questa patologia richiedono necessariamente la figura dell’insegnante di sostegno. L’autismo è un disturbo neurobiologico, che impedisce di interagire in maniera adeguata con le persone e con l’ambiente. Il disturbo si manifesta con un’ampia gamma e livelli di gravità, infatti in questo senso è molto opportuno parlare di spettro. Questo concetto è molto importante, poiché lo spettro è un continuum di variabilità, introduce dunque al suo interno una infinita configurazione di autismi. Una malattia multifattoriale che dipende da fattori ambientali e fattori genetici. Questi caratteri multifattoriali hanno un’espressione che è il risultato dell’intervento di più geni e di fattori ambientali. Di estrema importanza è la diagnosi precoce, poiché permette di attivare interventi tempestivi, globali e integrati, che devono coinvolgere nel percorso riabilitativo e di presa in carico la famiglia, la scuola e tutto il contesto di vita. Viene spontaneo chiedersi come un allievo con particolari bisogni possa trovare nella scuola un ambiente adeguato alle sue esigenze per la sua integrazione sociale? Il processo di integrazione a scuola è alquanto possibile, ma quando si tratta di alunni con autismo il discorso diventa più ampio. E’ chiaro che laddove si ravvisa una presenza di allievi con spettro autistico, è necessario ripensare ad una ampia flessibilità che porta ad una serie di capovolgimenti anche di carattere didattico. La presenza di insegnanti specializzati, richiede una adeguata preparazione nel fronteggiare le diverse esigenze, così, come è giusto che ci siano insegnanti curriculari informati e formati sul tema. La scuola del terzo millennio deve necessariamente creare dei percorsi educativi inclusivi che garantiscano ai docenti una formazione iniziale. E’ opportuno modificare le modalità di formazione e aggiornamento del personale scolastico, così come è indispensabile che ci sia un coordinamento con le famiglie e i servizi sanitari specializzati del territorio, molto spesso carenti, o del tutto assenti. L’integrazione scolastica dell’allievo autistico è certamente un aspetto di non facile soluzione, ma piuttosto complesso. Un fenomeno così importante richiede massima attenzione da parte della Pubblica Amministrazione. Di fondamentale importanza dunque è la formazione permanente, lifelong learninig, per qualificare docenti, operatori e famiglie. Sarebbe il caso di pensare ad istituire una équipe multidisciplinare, adatta proprio per il disturbo autistico, che sia in grado di costituire un valido riferimento per le scuole e le famiglie. D’altro canto, non dimentichiamo che in base alla legge 134/15, «Il Ministero della salute promuove lo sviluppo di progetti di ricerca riguardanti la conoscenza del disturbo dello spettro autistico e le buone pratiche terapeutiche ed educative»; e in virtù di questa sono stati stanziati prima 5 poi 10 milioni l’anno, ma naturalmente non sono adeguatamente sufficienti. La ricerca oggi è sempre più carente. Conoscere le cause della patologia rientra nei diritti del malato, e occupa grande importanza per le scelte riproduttive della coppia che ha generato un figlio con spettro autistico, nonché per la prevenzione delle patologie ereditarie. Esistono anche nuove tecnologie che sono state validate e certificate a livello internazionale, come la tecnica Neurofeedback, con il sistema “Mente Autism”. Tecnica che viene adoperata ormai da tempo, sia in ambito sperimentale, sia in campo clinico, che riabilitativo. ll neurofeedback potrebbe essere una alternativa da utilizzare assieme ad altri interventi terapeutici di uso corrente, nel caso della patologia dell’autismo, consentendo ai bambini affetti da spettro autistico di avere benefici quali: tempi più lunghi di “apprendimento reale” da parte del bambino; tempi di attenzione più lunghi; aumento del relax da parte del bambino; capacità di comunicazione nettamente migliore. Secondo l’Osservatorio Nazionale Autismo, si stima che in Italia l’Autismo colpisca 1 bambino ogni 77, fenomeno in forte aumento, per l’intreccio di diversi elementi: l’aumentata consapevolezza della popolazione, il cambiamento dei criteri diagnostici, l’introduzione di strategie di screening e individuazione precoce che consentono la diagnosi anche di disturbi lievi che in passato non erano individuati. Occorre, dunque, un maggiore investimento economico nonché percorre vie adeguate che consentano di raggiungere traguardi importanti che non siano fatti solo di vane speranze.
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